Frattanto, nel voltarsi a guardare intorno, ebbe un altro argomento di maraviglia; un pianoforte, niente di meno, un pianoforte a coda, ed anche della fabbrica di Erard, se non vi dispiace di saperlo. Al conte Gino, che si era avvicinato per dare un'occhiata alla scritta, non dispiacque davvero.
Come avrete veduto da questo scampoletto di descrizione, la sala era da pranzo e serviva di salotto e di biblioteca ad un tempo. La sua ampiezza giustificava benissimo quella moltiplicità di destinazioni.
Gino, dopo aver guardata la scritta, si era arrisicato a sollevare il coperchio, e stava arpeggiando con le dita sulla tastiera, quando un uscio si aperse ed entrò nella sala il signor Francesco, il padre di Aminta, il vero re della montagna, bel vecchio dalla barba bianca, dall'aspetto grave e buono, per consuetudine malinconico, ma che sapeva sorridere d'un sorriso dolce e tranquillo come il suo occhio azzurro e come la sua voce di tenore baritonato. Eravamo davanti al pianoforte, e questo accenno al registro vocale non vi parrà fuori di luogo.
Anche il signor Francesco Guerri fu molto cortese con l'ospite, anch'egli sfuggì l'occasione di sapere chi fosse. Evidentemente, quello era un uso di lassù: forma di galateo montanaro che non è senza grazia, sebbene non vada esente da qualche piccolo guaio. Sapere chi si accoglie, lo riconosco ancor io, non salva sempre il padrone di casa dal pericolo di farsi portar via le posate; ma è chiaro che dove c'è l'uso di accoglier tutti con eguale cordialità, senza domandare il suo nome a nessuno, il pericolo che la gente abusi della vostra ospitalità non sarà punto scemato. Nè un padrone di casa può essere così certo del suo occhio, da riconoscere a prima vista la gente di cui debba fidarsi, poichè le apparenze ingannano. I carabinieri, a buon conto, in certi luoghi ed occasioni, usano la precauzione lodevolissima di domandarvi le carte.
Il signor Francesco, dopo i complimenti consueti, introdusse l'ospite nella camera a lui assegnata. Era piccola, o, per dir meglio, appariva piccola a chi veniva allora da quella gran sala, ma c'era tutto il necessario per viverci bene. Il letto era a baldacchino, con le sue brave cortine di damasco, e il conte Gino osservò che aveva sul copertoio un grosso e soffice cuscino di piume.
—Le notti son fredde, tra questi monti;—disse il signor
Francesco.—Ma speriamo che Ella non ci si ritroverà troppo male.—
Gino si era maravigliato nella sala, e si maravigliò ancora nella camera da letto, vedendo quel lusso, antico ma sodo, ed anche certi graziosi nonnulla, come lavori di lana e ricami all'uncinetto, che facevano pensare al Journal des Demoiselles ed ai suoi esemplari d'opere femminili, tanto preziose nell'arredamento di una casa.
—Ah, ah!—diss'egli tra sè.—Qui c'è la mano di una donna.—
E quella camera, da prima, e tutta la casa di poi, e i luoghi circostanti s'illuminavano, agli occhi della sua mente, d'una poetica luce.
Questo fenomeno occorse la prima volta nel settimo giorno della creazione. Almeno, così dicono i poeti, che sono stati da per tutto, anche a latere del Padre Eterno, nel periodo delle grandi novità. Gli alberi frondeggiarono ad occhi veggenti, gli uccelli fecero il verso d'amore nel bosco, i fiorellini sbocciarono dal prato; Adamo, poi, si svegliò in soprassalto, e disse…. Che cosa disse Adamo? Sicuramente egli deve avere incominciato da una esclamazione, da una invocazione all'Altissimo; verbigrazia da un: «Dio…. misericordioso!» invocazione che fu il principio e l'esempio di tutte le altre, venute poi, nell'ordine progressivo dei tempi.