—Ora voi altri, ragazzi miei, prendete un po' di riposo, che lo avete guadagnato. Chi ha pane nella sacca ne mangi un boccone. La zuppa verrà tardi, quest'oggi.—

Niente fa scorrere il tempo come le schioppettate. Con questo non s'intende di raccomandarle agli annoiati, che potrebbero anche abusarne; si dice solamente per accennare un fatto psicologico, abbastanza curioso, e che a molti parrà anche in contraddizione con la eterna lunghezza delle ore di pericolo. Forse la ragione di una tale diversità di sentimenti sta in ciò, che il pericolo in guerra è un pericolo sui generis, affrontato in molti, che s'incuorano a vicenda e si riscaldano, e son capaci anche di celiare, di ridere e di far ridere. Infine, che ne so io? Quanti hanno avuto pratica di queste cose vi diranno che al fuoco non hanno contate le ore.

La scaramuccia durò un pezzo, tanto che venne la zuppa, prima che i bersaglieri e la compagnia di sostegno avessero finito di scambiar colpi con un nemico, il quale si era ritirato sotto la protezione delle batterie e non voleva aver l'aria di cedere. Venne la zuppa, portata in due grosse pentole di ferro, sostenute da una stanga, passata attraverso i due manichi mobili. Fumava, l'aspettata, la sospirata, e mandava un soavissimo odore di lardo. I soldati si rizzarono in piedi, fiutando il vento, come le cavalle di Omero.

Ahimè! Quella zuppa doveva finir male. I quattro soldati di cucina che la portavano, ebbero a passare in una larga radura, donde la videro gli artiglieri austriaci dai bastioni. Un ufficiale di cattivo umore, a cui forse non avevano portata la sua, si prese il gusto matto di turbare la colazione degli altri. Un cannone fu puntato, partì il colpo, e una delle solite palle la trentasei venne a ficcarsi nel terreno, venti o trenta passi discosto dagli invocati distributori del brodetto spartano. Titubarono alquanto i soldati, e pensarono di piegare da un lato; così perdettero tempo, e un'altra palla arrivò, anche più vicina della prima. Essi allora non aspettarono la terza; rovesciarono le pentole, e via.

Non li disprezziamo per ciò. Quei soldati erano dei buoni, e avevano fatto in ogni incontro il loro dovere. Ma è regola che il soldato di cucina non si batte. Se non si batte, perchè correrebbe il rischio dei compagni che si battono? Sono ventiquattr'ore che egli regala a sè stesso, alla famiglia, alle probabilità matematiche di portar salva la pelle a casa.

Aminta assistè dal suo posto ad una scena curiosa. I soldati che si battevano, non avendo le stesse ragioni dei loro compagni di cucina, scambio di fuggire dal posto preso di mira, si buttarono per disperati, a raccogliere i pezzi di carne lessa, e le manate di riso, per riempirne le loro gamelle, che, poveracci, avevano già slacciate dagli zaini. Quel giorno, adunque, in premio della loro carica alla baionetta, gli uomini del caporal Piras mangiarono il riso senza brodo, ma per contro bene imbrattato di terriccio e sparso anche di sassolini. La fame è cieca e non bada a queste piccolezze.

Poco dopo venne il medico Baratelli, a visitare i feriti. Trovò che il soldato Guerri aveva l'osso dell'omero scheggiato, e allora, fatta una fasciatura alla lesta, mandò il ferito all'ambulanza del campo. Quel medesimo giorno Aminta era avviato all'ospedale di Brescia.

Il carro dell'ambulanza si mosse dalla cascina Fedalora mentre il reggimento si disponeva a lasciare il campo, insieme con tutta la divisione, per passare il Mincio e andarsi a piantare entro il famoso Quadrilatero. Un'altra divisione doveva sostituire quella comandata dal vecchio e prode Mollard, nell'assedio di Peschiera. Dicevasi che per allora Peschiera e Mantova si sarebbero mascherate, e che il grosso degli eserciti alleati avrebbe investito il campo trincerato di Verona, sperando di trarre a giornata l'esercito nemico e di dargli un altro Solferino là dentro. Al povero Guerri non sarebbe toccato più niente di quella distribuzione, poichè andava all'ospedale. «Distribuzione» era il vocabolo usato allora dai soldati piemontesi, per indicare le schioppettate. Qualcheduno anzi v'aggiungeva «di fagiuoli», dicendola ottima, per accompagnare l'eterno e solitario riso della minestra quotidiana.

Aminta partì, salutato dal bruno Fogazzaro, dal pallido e gentil Prampolini, dal biondo angelico Simone, dal nero Isoardo, dall'olivigno Piras, e a farla breve da tutti i suoi amici più cari, dai suoi dilettissimi fratelli d'armi. Gli parve, spiccandosi da loro, mentre il veicolo si metteva in moto, di separarsi dalla sua stessa famiglia. È infatti una famiglia, il reggimento; anzi un aggregato di famiglie, come i vecchi clans della Scozia; ed è padre il capitano, nonno il maggiore, bisnonno il colonnello.

E la famiglia sua vera, che aveva lasciata alle Vaie? Ci pensò allora, dopo aver ricevuta la parte sua, nella grande distribuzione. Fino a quel giorno era vissuto in uno strano tumulto di idee, nella confusione della gloria, e gli era sembrato di marciare in mezzo ad una polvere luminosa, che gli nascondesse tutto intorno l'aspetto delle cose.