—Non so; ma aspetti, si fa presto a saperlo.—Così dicendo, la bella signora, escì leggiera leggiera dalla stretta e ritornò sopra i suoi passi, fino all'uscio di una cameretta, dove alloggiava l'infermiere della sala. Aminta la vide ricomparire, due minuti dopo, alla sponda del suo letto.

—Sì,—diss'ella, ripigliando il discorso,—è un conte Malatesti, di
Modena. Lo ricordo benissimo, ora; è un soldato volontario del 13^o
Reggimento; occupa il primo letto della corsia.—

Aminta era preso da una strana inquietudine. Tutti quei particolari eccedevano, oramai; gl'impedivano di saper subito l'essenziale.

—E scusi…—diss'egli;—è ferito… gravemente?—Forse la bella signora si era avveduta del turbamento di Aminta; forse non era in lei che un sentimento di pietà femminile. Comunque fosse, ella si mostrò meno franca nel rispondere a quell'altra domanda.

—Gravemente?… Non credo, se per una ferita grave si ha da intendere che ci sia pericolo di vita. Non so bene come sia ferito; mi pare alla spalla; quasi come Lei, Ma si spera… si spera molto.

—Ho sentito dire,—ripigliò Aminta,—o mi è parso di sentire d'un
Malatesti che stava assai male.

—Sì, dev'essere una notizia di ieri sera;—rispose la signora, abbassando le ciglia pietose sui «più begli occhi d'Italia».—Si è temuta una recrudescenza, per un forte accesso di febbre… Ma questa mane, poc'anzi, quando son passata daccanto al suo letto, mi è parso abbastanza tranquillo.

—Ha detto che è ferito alla spalla?

—Sì, vicino alla spalla… più in qua… sotto la clavicola destra.
Ma si calmi, la prego. E sopratutto non parli troppo; le farà male.

—Ancora una domanda, signora! È lontano di qui?