—Buona notte! E ricordate la storia che vi ho raccontata. C'è la materia d'un libro.
—Ora che ne conosco gli attori!—esclamai.—Vi pare possibile? segnatamente con quella libreria, dove entrano anche le pubblicazioni più recenti! Dio guardi se ci capitasse la storia, che voi mi consigliate di scrivere.
—È vero;—mi rispose l'ingegnere.—Non se ne parli più.—
Fatte queste parole, ce ne andammo a dormire. La mattina seguente, bevuto il caffè insieme coi nostri ospiti delle Vaie, prendemmo congedo da loro, per ritornarcene a Modena. Quando fui in sella, mi parve di essere Gino Malatesti. La fanciulla dei Guerri era là, bellissima ancora, co' suoi capegli bianchi e con le rughe precoci intorno ai grandi occhi pensosi.
Avrei voluto dirle una buona parola, dond'ella intendesse che io conoscevo la storia de' suoi nobili dolori; ma mi parve cosa puerile. Anche una massima generale avrebbe stonato, e mai certe generalità sentenziose mi parvero più sciocche d'allora. Strinsi la mano a tutti, senza aggiungere una frase, dopo le tante di ringraziamento che aveva fatte l'ingegnere per noi. La mano di Fiordispina era fredda; ma io l'avevo sentita tremare. Forse in quel luogo medesimo, davanti alla casa campestre, Gino Malatesti era salito in arcione, e di là aveva mandato l'ultimo saluto con l'ultima promessa, ahimè, non attenuta alla fanciulla dei Guerri!
E il povero prete? Ah, quello era morto da un pezzo, e non soffriva più dei dolori altrui. Pace all'anima di Don Pietro Toschi, e sia sempre il suo nome ricordato con venerazione alle Vaie.
Mi accomiatai tristamente dai Guerri, che non dovevo più rivedere. Mezz'ora dopo, ero a Fiumalbo; il giorno seguente a Modena, donde ritornai subito a casa, tra i miei sopraccapi, che m'aspettavano tutti, e i miei libri, che avevano l'aria di dirmi,—«La vuoi finire con le malinconie? Vieni, la consolazione e la vita sono con noi, morti parlanti, senza la malignità, l'ambizione e l'invidia dei vivi».—
Ritornato alle mie cure, non dimenticai la storia delle Vaie. Spesso, quante volte mi accadeva di parlare con cittadini di Modena, chiedevo notizie dei personaggi che ci avevano avuta la parte loro. Seppi così che il conte Jacopo Malatesti era morto in esilio volontario a Vienna, mentre il marchese Paolo era divenuto senatore del regno d'Italia; seppi che la marchesa Polissena Baldovini viveva tuttavia, facendo la bella, come poteva. E vive ancora, poichè non ha più di sessantacinque anni; ma i suoi capegli son sempre biondi, anzi oggi più biondi che mai, e fa il bocchino, quando i giovanotti le dicono celiando:—«Voi, marchesa, siete un'altra Ninon de Lenclos.»—La contessa Elena, sua figlia, non è con lei; intorno al 1861 si era rimaritata, diventando baronessa De Wincsel; ma un anno dopo era separata dal marito. E da quanti altri, poi! Ventiquattr'anni son lunghi, per la storia di una donnina come quella.
Vive essa, vive sua madre, vivono tutti coloro che sentono meno e non danno troppe molestie al cuore. Son morti invece, l'un dopo l'altro, i miei ospiti delle Vaie. Primo il vecchio signor Francesco; poi Fiordispina; ultimo Aminta, nello scorso anno, pochi mesi dopo la sua buona sorella. Strano, quando una casa incomincia a disfarsi, come va tutta e presto in rovina!
Ma i Guerri non sono dimenticati, e la storia degli amori di Fiordispina è più viva che mai, nelle alte convalli dell'Appennino modenese e parmense; la sanno tutti, dal Cimone all'Alpe di Succiso, e dal Malpasso all'Orsaro. Fra cent'anni sarà una leggenda. Speriamo che trovi il suo poeta, e che questi non dimentichi di celebrare col più caldo de' suoi inni la nobile schiatta onde escono i Guerri. Di questi forti e nobili cuori si compone un'Italia che conosciamo così poco, l'Italia montanara, dove si sente più forte e più alto, glorificando la patria in excelsis.