—Un medico ve lo direbbe. Gli organismi sani resistono e conservano. Noi ammalati, con l'aneurisma congenito nelle arterie e il tubercolo appiattato nel polmone, non si resiste all'affanno, si muor di dolore; qui invece ne vivono. Si può anche dire che qui è il dolore nella sua forma più nobile. La fibra sana resiste, il sangue vivo e rutilante vorrebbe ribellarsi, chiedendo tutte le gioie, tutte le ebbrezze dell'esistenza; ma l'anima costringe il sangue, l'anima comanda alla fibra.—«No,—dice essa, la vincitrice immortale,—io soffro, soffrite voi pure con me.»—

—Ingegnere!—esclamai.—Siete poeta?

—Chi non lo è?—diss'egli, stringendosi nelle spalle.

—Eh, molti e molti che conosco io;—risposi.

—Non lo credete;—ripigliò l'ingegnere.—Voi mi parlate di una gente che conosco anch'io, e forse più intimamente di voi, perchè io vivo tra gli uomini, e voi, caro amico, dividete il vostro tempo tra i libri e le nuvole.

—Non tanto, ingegnere! Non tanto! Ma se è per farvi piacere…

—Per farmi piacere,—soggiunse egli,—dovete credere quello che io so di tanti campioni della prosa, millantatori di una certezza negativa che non hanno nell'anima. Son povera gente, ve lo dico io, povera gente che si vergognerebbe di credere come noi, gabellati da essa per ispiriti deboli, e che poi, trascinata dalla necessità del sistema, non sa far altro che sostituire una metafisica sua a quella che avrebbe voluto discacciare per sempre. Oh, le fanfaluche di cui si nutrono e in cui credono fermamente, gli apostoli della negazione! Ci sarebbe da fare un bel libro, sapete!

—Ma non per convertirli!—risposi.

—Lo so. Per convertirli, ci vorrebbe un corso di matematiche. È là,—disse l'ingegnere, trionfante,—che io mi sentirei di ridurli a miglior consiglio, questi amenissimi roditori della scienza, che osservano i fatti e non vedono le relazioni, che studiano la materia e non intendono la legge, che non si elevano a nessun concetto di integrazione, che non sospettano neanche della vitalità delle astrazioni e della virtù generatrice degli assiomi. Ma noi filosofiamo,—soggiunse l'amico, ridendo,—ed è tempo di andare a dormire.

—Ecco una verità assiomatica!—risposi io.—Dunque, buona notte!