—Con qualche mobile preso in affitto;—rispose Gino umilmente.
—Difatti,—riprese il commissario,—questi mobili non somigliano punto agli altri della sala d'ingresso, e stuonano anche con la misera apparenza della casa. Mi maraviglio che abbia potuto trovarne in questi dintorni.
—Appena giunto a Querciola ne dubitavo anch'io;—rispose Gino, seccato da quel discorso, ma vedendo la necessità di condurre il suo interlocutore fuori di strada.—Ma offrendo danaro… Ella mi capisce!
—Buona cosa averne molto;—osservò giudiziosamente quell'altro, che forse pensava in quel punto al magro stipendio per cui faceva da tanti anni un ingrato mestiere.—Ella è felice, signor conte!
—Ma sì, ma sì! Non mi lagno.
—Ed ha notizie di suo padre, di quell'ottimo conte Jacopo?
—Nossignore, e di nessuno della mia famiglia;—rispose Gino, contentissimo di essere uscito salvo dalla rassegna dei mobili.—I miei parenti mi tengono il broncio, e si capisce, perchè il governo mi ha preso in sospetto come un reprobo.
—Eh via!—disse il commissario, con accento di benevolenza somma.—Non chiami castigo una correzione paterna, per una colpa giovanile… che forse non sarà nemmeno una colpa.
—Dice bene, e levi pure il forse.
—Tanto meglio, e me ne congratulo con Lei;—ripigliò il commissario.—Allora è da sperare che tutto venga in chiaro tra breve, e che, per conseguenza, dopo un paio di mesi… dopo tre….