—Beati loro che si danno bel tempo!—soggiunse Gino, dissimulando l'amarezza del ricordo particolare sotto quella espressione di rimpianto generico.

—Che vuole, signor conte? Si fa il possibile per tener lontana la noia. Il paese è tranquillo e contento e speriamo che le cose vadano di bene in meglio. Quando il raccolto è buono e la gente ha lavoro, che desiderare di più, se non qualche ora di svago intelligente, nel culto delle arti belle?

—Ha ragione;—disse Gino.—E tutto sia per il meglio, nel migliore dei mondi possibili.—

Così dicendo, si alzò per davvero, volendo farla finita. Il nostro giovinotto non ne poteva più; aveva un diavolo per occhio.

—Mi duole, signor commissario,—riprese,—di non aver nulla da offrirle.

—Oh, non s'incomodi; abbiamo desinato a Pievepelago.

—Ma neanche un bicchier di vino che meriti questo nome. Il raccolto dell'altr'anno dev'essere stato scarso, perchè qui non han nulla di nulla.

—A proposito: e che mangia?

—Vivono le galline, fortunatamente;—rispose Gino.—Ova sode, ova a bere, ova fritte, ova in tegame; questo è il fondamento del pranzo. Vien poi qualche vecchio gallo, che sacrifico ad Esculapio, per ottenere un po' di brodo.

—Via!—esclamò il commissario.—Osservo con soddisfazione che non le manca il buon'umore: segno che sa adattarsi alle circostanze. Lo dirò, se permette, a Sua Eccellenza.