—Dica pure, dica pure;—rispose Gino;—aggiunga, per altro, che non mi lagnerò, se mi richiamano a casa.

—Capisco, ed anche in tempo utile per assistere ad una rappresentazione della Sonnambula; non è vero, signor conte? Questo mi par difficile, non glielo nascondo; ma creda pure che dal canto mio gliel auguro di tutto cuore. La mia servitù!—

Gino stese la mano al signor commissario. E non tanto per lui, che gl'importava pochino, quanto per aver argomento a stringer poi quella dell'applicato, personaggio muto, ma più amico dei fatti che non delle parole, come abbiamo veduto testè.

Quando finalmente fu solo, diede una rifiatata di contentezza; maravigliandosi, per altro, di aver saputo dire tante bugie. Ma è la necessità che fa l'uomo industrioso, e con quelle bugie così naturalmente infilate, il nostro giovanotto aveva custodito il segreto dei piccoli vantaggi materiali e morali che si era procacciati nel suo luogo d'esilio.

Udito il batter dei ferri sul ciottolato della strada, discese per chiamar Pellegrino.

—Ho bisogno di sapere se i due che sono partiti si fermano alle Vaie.
Dovrei ritornarci io, e non mi piacerebbe d'incontrarli laggiù.

—Vado a vedere;—disse Pellegrino.

—Ma senza farti scorgere!

—Non dubiti; conosco tutti i sentieri, e non ho neanche da seguirli fin là. In un quarto d'ora sono alla Pietra Aguzza, donde si vede netta la strada delle Vaie e il portone della casa Guerri.

—Ottimo osservatorio!—disse Gino.—Va dunque, e ritorna appena vedrai quei signori avviati a Fiumalbo.—