—Bene;—ripigliò il conte Gino;—tu puoi rendermi un servizio maraviglioso. Non mi hanno permesso di fare neanche un saluto, temendo forse che il saluto nascondesse Dio sa che cosa! Tu dunque andrai domani, o doman l'altro, al palazzo Baldovini, con un pretesto qualunque…. Potresti, per esempio, riportare un libro, che mi è stato imprestato: il Mauprat, di Giorgio Sand, che è per l'appunto rimasto sul mio tavolino. Con questa scusa cercherai di vedere la marchesa Polissena, e potrai consegnarle il biglietto che io ti scriverò alla prima fermata.

—Non dubiti, illustrissimo;—rispose Giuseppe;—farò la commissione a dovere. Anche la signora marchesa,—soggiunse poscia, abbassando la voce,—è della buona causa?—

Gino trattenne in tempo una risata, che già gli faceva impeto alla gola. Ma era buio fitto, e Giuseppe non vide neanche la contrazione dei muscoli.

—Ah!—disse Gino.—È una dama di alto sentire. Tu le darai notizie di me, del modo in cui son dovuto partire da Modena. Forse domani la cosa sarà conosciuta; ma la marchesa deve sapere che io avevo tentato di vederla. Il biglietto, poi, come farglielo giungere?… Se ti frugano, alle porte?… Capirai che un sospetto può nascere….

—Sospetti su me, illustrissimo? Non ne hanno.

—Bravo! E come lo sai?

—Ne ho avuta la prova;—rispose Giuseppe, sospirando.—Si figuri che m'hanno domandato di fare… la spia. Ed io ho ricacciata la mia rabbia in corpo, ed ho lasciato credere che al bisogno avrei anche traditi i miei padroni. Volevano sapere chi bazzica in casa, che discorsi si fanno…. Ed io ho detto tutto; s'immagini; non c'è niente da nascondere.

—Lo credo bene!—esclamò Gino.—Ma è strano, sai! È strano che non si fidino neanche di mio padre.

—Che vuole, illustrissimo? Così è;—rispose il servitore.—Ma io li ho serviti bene, da vecchio carbonaro.

—Carbonaro, tu, Giuseppe?