—A quei tempi, sì.

—E in casa di mio padre?

—Ho sempre fatto il mio dovere, signor conte.

—Lo so, e non parlavo per questo;—disse Gino.—Ti esprimevo la mia meraviglia e nient'altro. Chi lo avrebbe mai immaginato che ci fosse un carbonaro, in casa Malatesti!… E nel Quarantotto, poi, come hai fatto a tenerti in corpo il tuo segreto?

—Amavo la casa, illustrissimo; amavo i figli del mio padrone, che erano cresciuti così belli e fiorenti sotto i miei occhi. Ma anche tenendomi il segreto in corpo, come Ella dice, ho fatto quanto era in me, per servizio della buona causa. Fu bene che avessi nascoste con tanta cura le mie opinioni, perchè, quando venne la restaurazione, nessuno dubitava del vecchio servitore di casa Malatesti, ed ho potuto rendere qualche grosso servizio ai patrioti.

—Bravo Giuseppe! Tu mi parli con una confidenza!

—Signor conte, Ella è dei nostri;—rispose Giuseppe.—Non la mandano in esilio, per questo?

—È vero;—disse Gino, che a quella parola «esilio» si sentiva crescere di qualche cubito nella propria estimazione.—Tu dunque sei per me l'inviato della provvidenza. E mi porterai il biglietto. Ma se ti frugano, laggiù?

—Se mi frugano, non troveranno un bel nulla. Ci son tanti modi di nascondere un pezzettino di carta! Lasci fare a me, signor conte; e nella rivolta della giacca, o nella fodera delle maniche….

—Bene, bene!—interruppe Gino.—Ne parleremo a Paullo. L'essenziale è di far sapere ciò che mi è occorso alla marchesa Polissena.—