Quando il nostro Gino si ritirò nella camera ospitale dove egli aveva già dormito e sognato una notte, la sua ebbrezza era al colmo. E le furie? Vi ho già detto che c'era un compromesso col suo dolore. Non voleva pensarci, e non ci pensava: ecco tutto. Pensava in quella vece ad altro, e cominciava a credere che quella ebbrezza non fosse tutta musicale.
—Orbene!—esclamò, levando la testa dal guanciale, come per rispondere ad un contradittore invisibile.—E se fosse dell'altro, che male ci sarebbe? Lasciate che per una volta io respiri una boccata d'aria salubre. Vi par troppo, una pagina d'idillio, tra cento di romanzo moderno? Infine, non è dato di sognare? Ecco un sogno, e preghiamo che duri.—
Il sogno di Gino Malatesti durò una settimana, senza che più gli tornassero a mente le sue noie di città. Ma una sera, così di punto in bianco, non richiamati da alcuna associazione d'idee, i sopraccapi dimenticati si ripresentarono a lui.
—Si saran dati bel tempo a Modena!—pensò il giovinotto.—L'avran finita quest'oggi, la loro piccola impresa musicale fuori stagione! Chi sa? Forse all'ultima rappresentazione della Sonnambula avranno domandato il bis. Un altro paio di rappresentazioni, perchè ricusarle ad un pubblico che applaude e rompe le panche? Ci sarà anche il pretesto della beneficenza, per continuare. Le nostre belle signore, pur di avere un'occasione di brillare, farebbero anche l'elemosina ai Turchi. E lei sopra tutte! Non è forse la regina della moda?—
Un piccolo rimorso gli venne; ma egli lo scacciò, come si spaccia un ladro domestico.
—Orbene!—gridò egli, ripetendo una sua esclamazione favorita.—Che è ciò? Avevo un obbligo, sicuramente, ma l'ho forse distrutto io?
—Troppo presto e troppo volentieri lo dice il signor Gino;—rispondeva una voce interiore.—Non pensa egli al fatto strano di esserne uscito senza lagrime?
—Ci penso;—replicava egli, seccato…—Ma che vuol dire? Forse che, per non aver sofferto troppo avrò meno ragione io? Facciamo la peggio: ci siamo incontrati ad essere stanchi in due; ella di me, io di lei. Così avviene di tutte, o di quasi tutte le relazioni che si stringono in società, e che rappresentano il superfluo del nostro tempo. Il necessario è quello che va dato all'ambizione, alla vanità sua sorella; il superfluo è quello che si dà all'amore. No, correggiamo, non è l'amore, questo, è la galanteria. Ma non bisogna usarne troppo, perchè viene a noia, come tutti i cibi galanti. L'abitudine aiuta molto, lo so, a mantenere queste relazioni; la lontananza le rompe senza sforzo, senza lagrime, e questo lo vedo ora, pur troppo. Dovevo vederlo prima, e avrei oggi più merito di essermi liberato. Infine non son io che lascio; è lei che mi ha dato il benservito.—
Così ragionava, e per uno spirito preoccupato non vi parrà che ragionasse male. Qual è, del resto, lo spirito che pensi e ragioni fuor d'ogni vincolo o influenza particolare? Neanche i filosofi, mi dicono, poichè sotto alla libertà della speculazione, sotto alla lealtà dell'indagine, si cela sempre la ragion di sistema, che tanto più naturalmente comanda, in quanto che è la medesima causa che ci muove a pensare, a cercare.
Il raffronto tra la marchesa Polissena e la fanciulla dei Guerri non si fermò solamente al fatto che una si fosse dimenticata di Gino e l'altra venisse a lui, chiamata da tutte le voci arcane della gioventù e dell'affetto nascente. Le loro qualità intrinseche ed estrinseche dovevano trovarsi a contrasto sotto gli occhi del giudice, e la botanica, amica compiacente, fornire i termini di paragone tra la civetteria sapiente dell'una e le grazie ingenue dell'altra. La marchesa Polissena gli apparve allora come una bella gardenia, fiore lucente ed aperto, bellezza spampanata e trionfante, accompagnata da fragranze acutissime; la fanciulla dei Guerri come un caro e modesto fiorellino delle Alpi. Il conte Gino avrebbe potuto ricordare l'Edelweiss, se questa graziosa stelluccia vegetale fosse stata fin d'allora alla moda. Egli pensò in quella vece a quelle eriche del Capo, che aveva pur conosciute lassù, e che alle delicatezze della forma congiungevano un così gentile profumo.