—Ma allora che cos'ha? È così mutato, da qualche giorno!—
Il conte Gino taceva, e allora la fanciulla ripigliò a domandargli:
—Si annoia, forse? Comprendo che qui non c'è gente abbastanza, per tenerle compagnia.
—No, davvero!—scappò detto a Gino.—Vorrei anzi che ce ne fosse un po' meno.—
La fanciulla lo guardò con aria di stupore. Era egli che parlava così? L'elegante, il gentile, il garbatissimo conte Gino Malatesti? Ma sì, propriamente egli, e due grinze sdegnose agli angoli delle labbra commentavano ancora la frase che gli era sfuggita di bocca.
—Com'è cattivo!—esclamò allora Fiordispina.
—Ha ragione, signorina;—diss'egli.—Sono veramente cattivo. Ma voglia scusarmi, per una volta soltanto, ed ascoltare anche una mia preghiera. Non faccia parlar l'uomo quando egli è in collera. È troppo brutto, in quei momenti. Io, del resto, mi vergognerò sempre di esserlo stato con Lei.
—Vede?—gridò ella.—Non lo è più.—
Gino s'inchinò, senza risponder altro, perchè in verità gli pareva d'esserlo ancora, e non voleva mettersi al caso di dover dire la ragione del fatto. Una cosa era sempre dispiaciuta su tutte le altre, a quel cavaliere elegante, a quello spirito raffinato: di esser geloso e di darlo a divedere.
Per quattro o cinque giorni ancora il conte Gino dovette godersi la compagnia dell'Ercole adolescente. E notate che lo vedeva solamente all'ora del pranzo; ma che in quell'ora, diventata lunga su tutte le altre del giorno, il signor Ruggero stava seduto alla sinistra di Fiordispina. Erano cugini, erano i più giovani della compagnia, e niente era più naturale del vederli seduti vicini a tavola; ma perchè una cosa piaccia a tutti, non basta ch'ella sia naturale.