Cionondimeno, parve al conte Gino di osservare che dopo quel suo dialogo con la fanciulla dei Guerri, ella parlasse meno col cugino Ruggero. Già, è da notare che non aveva molte occasioni di discorrere con lui, perchè durante il giorno egli era sempre fuori con gli uomini di casa. Giungeva con essi per l'ora del pranzo, e trovava sempre Gino a chiacchierare con le signore. Dopo il pranzo esciva da capo e non ritornava che per la cena. Ma allora il conte Gino non era più là a vigilare, e si poteva capire che il signor Ruggero non escisse più, ma rimanesse con gli altri nella sala comune. Che cosa faceva allora? Una sera il nostro geloso senza ragione volle rimanere a cena, per averne l'intiero, non importandogli affatto di dover ritornare a notte alta nel suo eremo di Querciola. E vide allora che gli uomini restavano seduti a tavola, mentre le signore si raccoglievano da una parte per attendere a qualche lavoruccio; che Fiordispina andò poi a suonare il pianoforte, e che l'Ercole adolescente stette a sentirla, ma da lungi, in piedi, nel vano di una finestra, senza batter palpebra, senza fare un cenno del capo, senza dire alla cuginetta una parola di lode, senza dar segno di gradire almeno la musica. Era un contadino, e non bisognava farne le meraviglie.

Sì, tutto bene; ma anche un contadino poteva essere un pretendente e diventare un marito. È forse necessario per questo di gustare la musica e di applaudire ai talenti musicali delle ragazze? La possibilità di un matrimonio era sempre là, librata a mezz'aria, e la presenza di quel giovanotto, di quel cugino, capitato alle Vaie senza ragione apparente, mutava troppo facilmente la cosa possibile in una cosa probabile. Immaginate come ne dolesse al nostro povero Gino, geloso senza ragione, ed anche senza diritto. E un giorno che egli non vide più capitare il signor Ruggero all'ora del pranzo, restò dubbioso, come dovrebbe rimanerlo un ambasciatore, accreditato presso una corte, donde vede sparire l'inviato straordinario di un altro governo. Si voleva sapere da prima perchè c'era, e si passavano in rassegna tutti i fini per cui poteva esser venuto; quando se ne va, si domanda perchè è partito, e si dubita che la sua missione abbia sortito buon esito.

Il conte Gino, da quella persona bene educata ch'egli era, non volle domandare perchè il signor Ruggero Guerri fosse partito dalle Vaie, e rimase con la sua curiosità, ignorando quali speranze lo avessero condotto, quali concerti lo accompagnassero a casa, quali occasioni potessero farlo ritornare. La fanciulla appariva tranquilla, serena come prima, forse un tantino più ilare. Perchè più ilare? Per essersi liberata da una noia, o per aver avuto una notizia che suol chiamare il sorriso sul volto delle ragazze da marito? Il conte Gino non ne capiva nulla, e si sentiva una spina nel cuore.

Ma se egli non poteva chieder nulla al signor Francesco, nè far parlare il suo buon fratello Aminta, qualcheduno doveva pure istruirlo. Gino pensò al vecchio prete, e alcuni giorni dopo la sparizione del signor Ruggero, disceso da Querciola un'ora prima del solito, passò davanti al portone dei Guerri senza smontar da cavallo. Se i quadrupedi sentono la maraviglia, il generoso animale dovette maravigliarsi molto, quel giorno, argomentando da una pressione di ginocchio del suo cavaliere, che questi non voleva fermarsi al portone dei Guerri, e stupirsi poi della gran novità che lo faceva fermare cento passi più giù, davanti all'umilissimo ingresso della canonica.

Bene si stupì il prevosto delle Vaie, ricevendo la visita del conte Gino. Ma questi fu pronto a dirgli che essendo calato da Querciola un po' prima del consueto, avrebbe fatto ora molto volentieri, visitando la chiesa e quel certo quadro antico di cui gli aveva parlato più volte Don Pietro, suo amico degnissimo. Il pretesto fu ammesso naturalmente per buono. Il sagrestano, mutatosi in garzone di scuderia, prese il cavallo per le redini e lo condusse nella sua stalla, dai Guerri. Frattanto il conte Gino entrava in chiesa, per vedere il famoso quadro, che rappresentava lo sposalizio di Santa Caterina, salvo errore, ed era forse stato di un buon autore, a' suoi tempi, ma non lo lasciava più scorgere, sotto i ritocchi di un restauratore assassino.

Veduto il quadro senza fermarcisi troppo, era naturale che stessero a chiacchiera. L'argomento non poteva fornirlo che la vita di quei monti, o la famiglia dei Guerri, tutt'e due le cose insieme. Si parlò adunque del signor Francesco, del fratel suo Orlando e del figliuolo Aminta, bravissima gente, che il prevosto delle Vaie amava come se fossero sangue del suo sangue e carne della sua carne. Era dipeso per l'appunto da essi che Don Pietro Toschi fosse rimasto in quella magra anzi magrissima fra tutte le parrocchie di montagna. L'aveva accettata quarant'anni prima, contro la promessa che glien'avrebbero data un'altra più ricca; c'era rimasto venticinque anni aspettando; finalmente la buona occasione era venuta di scendere al piano e di fare un bel cambio. Ma allora Don Pietro aveva anche cambiato parere. La chiesa e la canonica di Fagliano eran belle e ben provvedute; la mensa parrocchiale rendeva tre volte tanto di quella delle Vaie; il popolo era tranquillo e virtuoso: il sagrestano della chiesa, miracolo inaudito, era un buon diavolo, che non pretendeva di far egli da parroco; insomma, quella era proprio la man di Dio. Ma non c'erano i Guerri a Fagnano, e Don Pietro Toschi si era assuefatto a vedere i Guerri. Perciò rispose al vescovo, che gli proponeva il passaggio:—«Se Vostra Eminenza permette, rimarrò dove sono. Son vecchio, tra gente che conosco e che mi vuol bene. L'inverno è rigido, ma i bei giorni ci sono più frequenti che al piano; e poi, le mie quattr'ossa si sono avvezzate; ci vorrebbe uno sforzo per adattarle a un ambiente diverso.»

—Così son passati altri quindici anni;—proseguiva Don Pietro, parlando al conte Malatesti;—e sono contento più che mai d'aver risposto picche a Fagnano. Le mie giornate vanno via l'una dopo l'altra come le foglie dell'ontano, quando si accosta l'inverno. Questi amici mi sono stati riconoscenti di ciò che han voluto chiamare un sacrifizio, e mi aiutano volenterosi a discendere la fiumana della vita. Francesco ed Orlando li ho conosciuti ragazzi; Aminta l'ho battezzato io; Fiordispina egualmente.

—E la mariterà;—disse Gino.

—Dio voglia;—rispose il prete.—Sebbene, non vedo ancora con chi.—

E fece un mezzo sospiro per appoggiare la frase.