—Ancora un po' di strada e vedrà scoprirsi da quella parte la roccia biancastra.
—Ella crede dunque, signorina, che noi non possiamo vedere niente più della nuda roccia? E la Ninfa in persona non sarà ad aspettarci?
—Ci sarà sicuramente;—rispose Fiordispina.—Non le ha detto Don
Pietro che è stata convertita in sasso?—
Il conte Gino seguiva con gli occhi tutte le curve graziose di quello specchio azzurro, mentre la cavalcata scendeva la costiera, in mezzo alle aste rossiccie di una macchia di abeti. Anzichè lago della Ninfa, quel volume d'acque si sarebbe potuto dir occhio; un occhio limpido e sereno, a cui erano ciglia i faggi della riva e sopracciglia le prominenze della balza; uno di quegli occhi bovini, pieni di stupore, con cui Iside, o la santa natura, contempla il cielo suo padre e ne riflette l'immagine in terra. Ahimè, nient'altro che l'immagine!
Questi occhi d'Iside, o di Giunone, o d'altra divinità che raffiguri la virtù feconda della madre terra, son comuni tra i gioghi dell'Appennino settentrionale, e sarebbe piacevolissimo ragionarne a lungo, se non si temesse di dar noia al lettore. Dal lato superiore della gran valle del Po, i laghi son tutti lunghi e vasti come la catena delle Alpi da cui prendono le acque, come i fiumi a cui debbono restituirle. Dal lato inferiore, sono meno alti i monti, meno lungo è il corso dei fiumi, le nevi durano meno sui dorsi dell'Appennino, e i laghi, quantunque più numerosi, sono infinitamente più piccoli; veri laghetti, serbatoi montanini, dai quattro agli ottocento metri di giro, formati sempre nelle alte convalli, dove in antichissimi tempi erano altrettanti ghiacciai. Sull'Appennino le nevi disciolte, ma più ancora le selve fitte, nutrono fonti vive e perenni; son queste che fanno lago, cento o dugento metri più sotto, in qualche piega del monte. Dalla parte inferiore, dov'è come il labbro della conca montana, è facile riconoscere tuttavia la mora dell'antico ghiacciaio, enorme parete di massi ammonticchiati, rivestiti di verdura e arieggianti una collina a chi li guardi dal basso. Sui fianchi del lago, un picco ignudo, una cresta scogliosa, una spina dentata di rocce, lasciano ancora indovinare gli strati di vecchio macigno terziario, che il ghiacciaio ha corrosi via via, trovandoli sul confine del suo regno. Se l'epoca glaciale fosse durata nel nostro piccolo mondo venti trenta secoli di più, certamente quelle pareti si sarebbero corrose dell'altro e sfiancate, scendendo a formare altre more di sassi sul confine del ghiacciaio medesimo, che le aveva da principio sfaldate. Ma per bontà di un cambiamento di temperatura, che ha permesso a noi di nascere (non so per qual fine e nemmeno con quanto utile nostro), quelle pareti rimangono in piedi, come segni delle antiche erosioni che han dato la forma più recente al nostro pianeta. Vogliano i cieli benigni che sia anche l'ultima.
La cavalcata era giunta al confine della macchia, donde si stendeva in dolce pendìo un tappeto erboso, un verde pulvinare, fino alla riva del lago. Qua e là il declivio era seminato di massi enormi, le cui facce scabre si vedevano chiazzate di licheni e annerite dai geli di un numero sterminato d'inverni. Un geologo ci avrebbe veduto altrettanti esemplari dei famosi massi erratici, fatti scorrere fin là sul piano inclinato del ghiacciaio, e deposti sul limite della mora. Un pittore, senza cercar tanto, avrebbe messo mano ai pennelli e si sarebbe affrettato a ritrarli, per portar via una bella impressione dal vero. Gino, che non era geologo nè pittore, si contentò di osservare. La poesia del luogo era grande, la pace incantevole, e Fiordispina, bella come una Dea, certamente più della Ninfa che fino allora aveva regnato da sola in quel verde di macchie, su quell'azzurro di lago, affascinando e traendo a morte i viandanti ignari, i cacciatori della leggenda.
Mentre egli ammirava tacendo, i suoi compagni si affollavano intorno alla barca, che i boscaiuoli di casa Guerri avevano tirata lassù a forza di braccia. Non era una barca molto grossa; era un burchiello, capace di due persone sedute e di una terza che stesse al maneggio dei remi. Ma era la prima che andasse lassù, e alla Ninfa del lago poteva parere una grande maraviglia. Doveva trovarsi male, quella povera Ninfa; il suo regno era finito; il suo recesso non avrebbe più avuto segreti, poichè era consentito di correre il lago da una riva all'altra e di giungere fino al suo letto di pietra.
La barca non era stata ancora lanciata nell'acqua. Il signor Francesco aveva ordinato che fosse tenuta sulla riva, in attesa della brigata. Don Pietro doveva benedirla, il padrino e la madrina imporle un nome. Il padrino, si capisce già, sarebbe stato l'ospite, il conte Gino Malatesti; la madrina poi… debbo dirvi anche questo? la madrina sarebbe stata la fanciulla dei Guerri.
Mentre la comitiva stava intorno al burchiello, che i boscaiuoli traevano ancor più presso alla riva perchè fosse pronto al mistico bacio delle onde, Gino guardava il masso bianchiccio, che sorgeva, bizzarramente stagliato, dall'altra parie del lago. Egli doveva cantare la Ninfa, poichè ne aveva fatto solenne promessa a Fiordispina; voleva perciò impadronirsi del soggetto. Era dunque laggiù, era quella veramente, la Ninfa del lago convertita in pietra! La vecchia balza calcarea, isolata sul fianco della montagna ed impervia, colorata dai caldi riflessi del sole mattutino, poteva benissimo aver raffigurato in altri tempi la chioma, il profilo di una faccia umana e tutto insieme il corpo di una persona sdraiata; ma via, per innamorarsene, anche da lontano, ci voleva proprio un cacciator da leggenda.
—Che cosa pensa?—gli domandò Fiordispina.