Semplice curioso, lasciatevelo dire: non c'è nella vostra domanda, nella vostra maraviglia, che l'effetto di un pervertimento del vostro giudizio. Assuefatto a vedere i bei fiori dalle forme insolite e dalle figure strane entro le stufe dei giardini signorili, non ricordate più che quei fiori son nati all'aria libera, sono sbocciati spontanei, si sono educati per virtù naturale nel loro ambiente selvaggio crescendo a tal bellezza di forme sotto gli occhi di Dio fino a tanto non si posarono sovr'essi gli occhi di un viaggiatore, che ne raccolse i semi, o scavò dalla terra i loro bulbi preziosi.
Ammirato, affascinato dalla bellezza, dalla grazia del fiorellino silvestre, Gino Malatesti poteva dirsi guarito. E ripensando alla marchesa Polissena, dopo due mesi di vita alle falde del Cimone, poteva ragionare tranquillamente sul modo in cui ella si era diportata con lui, per conchiudere filosoficamente in questa forma:
—Era l'abitudine, la sola abitudine che ci teneva legati. Non la nostra volontà, che sarebbe parsa una mancanza di cortesia, ma un caso esterno, indipendente da noi, poteva solo troncare quel vincolo. E il caso è venuto, ha spezzato, ha interrotto, ci ha sviati ambedue. Si poteva, per altro, si doveva salvar l'apparenza delle cose. Io, senza pensare a questo dovere di cerimonia, ma credendo di amar tuttavia, mi ero bene affrettato a farmi vivo con lei. Ed essa, invece? Non è il caso di dire che le mancarono le occasioni. Io gliene avevo pure offerto una, e sicura. Ma no: silenzio, ripresa di passatempi, di distrazioni, a cui ha dato una bellissima chiusa il viaggio di Lucca. E passandomi davanti agli occhi, per giunta! Dunque?… Dunque è da credere…. Via, diciamo le cose come stanno, senza riguardi, senza ipocrisie, roba buona soltanto per le trattazioni in contradditorio, come dicono i legali. Dunque è da credere che la marchesa Polissena non fosse solamente stanca di un amore durato quattr'anni, ma che avesse già pronto l'altro, da sostituirgli. Il surrogante, ecco il segreto. Ma chi sarà, il surrogante?—Quello era un abisso, in cui si smarriva la mente del pensatore. Che, si fa celia? Trovare, fra i cavalieri che circondano una donna, quale sarà il preferito del domani? Tanto varrebbe attentarsi di pronosticare, fra cento api che ronzano intorno ad una rosa, quale fra tante giungerà seconda a rapire la sua parte di miele. Aggiungete, per render più difficile la cosa, che il fiore è inerte e il calcolo delle probabilità può favorire l'ape più forte e più ardita; laddove la donna, specie quando ha l'ingegno e l'esperienza della marchesa Polissena, sa sceglier lei, e fingere fino a tanto che le importi di fingere. Qualche volta ella sceglie fuori della cerchia conosciuta, ed allora addio indagini sottili, addio calcoli di probabilità. Direte che in tal caso, se è più difficile pronosticare, è più facile indovinare, andando sull'orma, poichè mentre la donna sa fingere, l'uomo, scelto da lei in una classe diversa, facilmente si tradisce e si scopre. Ma il nostro Gino non era là, per fare quello studio, e doveva almanaccare da lungi.
Del resto, se l'idea gli era venuta, il pensatore l'aveva anche scacciata. No, niente di fuori via. La città non era così grande, da dissimulare una di queste avventure. La marchesa Polissena, tutta sussiego, misura e riguardi sociali, non doveva aver scelto che tra suoi pari, tra coloro che potevano essere ad ogni ora da lei; a farla breve, tra i frequentatori della sua casa. Lì, non altrove, bisognava cercare e trovare.
Prima di tutto, non un cavaliere maturo. Ricordando parecchi esempi, Gino aveva ragione di credere che questi fossero piuttosto gli amori delle donne giovani. Ancora non ne aveva indovinata e svolta la teorica sottile; ma, come vi ho detto, aveva presenti alla memoria gli esempi. Sentiva in quella vece, aveva per certa la teorica contraria, applicabile alle donne che son vissute di più nelle consuetudini del mondo elegante, che hanno già acquistata l'esperienza, non avendo perduta ancora la bellezza, nè il desiderio di piacere. Quelle, si sa, amano i giovani, magari gli adolescenti. Si forma lentamente nella donna, e ad una certa età si rivela, l'istinto educatore. Si respira il profumo di un affetto giovanile, l'incenso di una ammirazione sconfinata, e si dà in ricambio la grazia, l'uso della civil compagnia, la garbatezza dei modi, la gravità precoce, tutte le virtù cardinali del moderno gentiluomo. Si prende un giovane ardente, rumoroso, matto, e se ne fa un modello di serietà, di discrezione, di tenerezza contegnosa, un cavaliere, insomma. E non per far concorrenza ai governi, nè in quel modo che essi sogliono fabbricare i lor cavalieri; quantunque al suo alunno, durante la veglia d'armi, e anche dopo, la nobile e dotta educatrice ami spesso far portare la croce.
Chi, dunque? L'indagine diventava scientifica; e il conte Gino aveva una bella equazione da sciogliere.
Il Mortanelli? No, non era più abbastanza giovane. E poi, era uno sciocco. Parlava sempre de' suoi cavalli, che non erano neanche belli, e spesso nelle conversazioni si rideva delle sue compere, in cui otto volte su dieci era ingannato dai mercanti. Il conte Sestoli? Che! Quello era un piccolo vanaglorioso, refrattario ad ogni educazione di quel genere. Proteggeva tutte le figuranti di teatro, e non istava bene che con quelle. Il principe Orsi di Frassinoro? Bello, assai bello, ma di una bellezza femminea. Le donne non amano negli uomini quel genere di bellezza che possiedono esse. Poi, il signor principe Orsi di Frassinoro era innamorato ferocemente di se stesso. Passava tre ore ogni mattina allo specchio, e la cosa era risaputa da tutti. Si diceva qualche volta di lui:—Oh Dio! Come è bello! Se non avesse quei pizzi biondi e quei baffettini, che cosa stupenda! Con quegli occhi azzurri, con quella tinta di cera vergine sul viso, si direbbe una donna, una bellissima donna, russa o svedese. Gran trionfatore tra le borghesuccie che aspirano all'alto, il principe Orsi di Frassinoro non era tagliato per ottenere la più piccola vittoria nella sua propria classe. Le donne eleganti e galanti sentivano per quell'effeminato l'antipatia istintiva che avrebbero sentita per ogni donna la quale potesse gareggiar con loro di bellezza o di grazia. Non poteva esser un amante, il Frassinoro; era troppo un rivale.
Gira rigira, la batteva tra due: il conte Nerazzi e il marchese Landi; ambedue amici suoi, belli senza eccesso, non sciocchi a prima vista, ma neanche spiritosi. Dei immortali! Anche noiosi la parte loro, con quel fare compassato, e con la cura astuta che mettevano a nascondere, facendola spiccar meglio, una piccola vittoria, o a darsi merito di non averne ottenuta mai una. Ma sono questi gli uomini che piacciono.—«Ebbene, Landi, qual è oggi la dea dei vostri pensieri?—Signora, non c'è dea, per me, e dubito perfino di aver dei pensieri.—Ah, molto spiritoso, ed anche discreto; due cose che ordinariamente non vanno molto d'accordo. Ve ne faccio i miei complimenti. E voi, Landi, non amate?—No, signora; il mio giorno non è ancora venuto.—Come! C'è un giorno ed un'ora da aspettare?—Sì, il giorno e l'ora del nostro destino. Se amerò, non amerò leggermente.—È giusto e vi lodo. Fossero tutti come voi!»—E la dama galante che ha fatta questa scoperta, la mette bravamente in serbo. Avrà un altro amore, lei; ma il Landi, o il Nerazzi, secondo i gusti, è un buon amico, e un grande amore non esclude una piccola amicizia, una certa simpatia, nata da conformità di pensieri, «siccome tra cortesi alme si suole.» E lo difende, il giovane amico, quando gli altri lo attaccano.—«Il Nerazzi è un buon giovane; c'è in lui la stoffa di un cavaliere perfetto.—Non mi dite male del Landi; è un uomo serio, d'una sensibilità molto rara, di una delicatezza a tutta prova.»—
O il conte Nerazzi, dunque, o il marchese Landi. Qui il nostro Gino Malatesti ricordò in buon punto la prima lettera ricevuta dal suo confidente Giuseppe. «Mi pare (scriveva il buon servitore) che la sua condanna abbia raffreddato molte persone, di quelle che V. S. credeva più amiche, e con le quali andava più spesso. Il conte Nerazzi, per esempio, e il marchese Landi, quando ho dato loro un cenno del suo viaggio, mi hanno risposto con un semplice monosillabo. Sarà forse perchè non hanno confidenza in un povero servitore; ma una notizia almeno me la potevano chiedere, e mostrare un po' di amicizia per la sua persona. Oso sperare che in questo Ella non troverà sbagliato il mio ragionamento.»
No, buon Giuseppe, il vostro padrone non lo aveva trovato punto sbagliato. Ed ora, poi, ripensandoci, lo trovava profondo, sottile, profetico. Forse, chi sa? Giuseppe aveva già fiutato qualche cosa del vero. Perchè indicava nella sua lettera piuttosto quei due, che tanti altri amici del conte Gino? Erano quelli con cui il conte andava più spesso. Sì, questa era la frase; ma non rispondeva intieramente al vero, perchè Gino andava con quelli, come con tutti gli altri, e non aveva preferenze. Ah, il suo servitore Giuseppe, volendolo o non volendolo, aveva messo il dito sulla piaga. Il conte Nerazzi e il marchese Landi erano i due più avanzati, per vogargli sul remo. Ma quale dei due il preferito?