La risposta, s'indovina. Ed anche la visita che seguì. Gino Malatesti lasciò passare a mala pena il giorno dedicato al riposo dei «più begli occhi di Modena» e la mattina dopo, fra le due e le tre del pomeriggio (scusate è sempre mattina, per chi non lavora e non ha ancora pranzato), si presentò al palazzo Baldovini per chieder notizie e lasciar due biglietti di visita. Due biglietti, si sa, per dire ad una signora e a suo marito:—«sarei tanto felice di entrare in relazione d'ossequio ed amicizia con voi due.»—Se la signora è vedova, si lascia un solo biglietto. Se è vedovo il marito, non si lascia nemmeno quello. Desiderio d'ossequiare, di entrare in relazione di amicizia, non ce n'è più, e pare già troppo l'obbligo del saluto per via.

Voleva dunque lasciare i due biglietti di visita. Ma per il conte Gino Malatesti non si faceva anticamera. Il servitore aperse il salotto. La marchesa Polissena era là, e Gino fu ammesso alla presenza della Dea. Forse era il suo giorno di ricevimento? No, ma le belle dame son fatte così; hanno il giorno solenne, in cui vedono venti, trenta persone, e si annoiano a vicenda, o si divertono qualche volta, sentendo le notizia e mettendo la frangia alle notizie del prossimo. Ne hanno poi altri due o tre, in cui non ricevono visite, o non escono a farne; sono in casa, ed ammettono gl'intimi. Nè sempre al plurale, si capisce; perchè non è sempre dato, o non sempre piace, di averne più d'uno.

Le violette di Parma erano a mala pena appassite; ma la marchesa Polissena non aspettò che il mazzolino fosse disseccato, par confidarne un altro a quel grazioso custode. Ne ebbe due, ne ebbe tre, ne ebbe quattro, nello spazio di un mese, il conte Gino Malatesti; a mezza primavera, quando le violette cessarono, ne aveva già una provvista sufficiente per le infusioni di tutto l'anno. Questo ve lo dico io, poco rispettosamente per i fiori della marchesa Polissena; ma voi non dovete credere che il conte Gino pensasse a far servire quei dolci pegni di un amore al primo stadio, per curare i suoi raffreddori.

Frattanto, la marchesa Baldovini aveva preso ad esercitare una grande autorità sull'animo di lui. Pareva essersi dimenticata del ripesco che aveva rimproverato al conte Gino, poichè non le era più occorso di farne cenno; ma gli domandava, ad ogni visita, come avesse passati quei giorni in cui non si erano veduti che un'ora a teatro, a caso per via. Più tardi, spesseggiando le visite e le occasioni di trovarsi insieme, prese a domandargli come avesse passate le ore e i minuti; ed egli, grato a lei di tanta cura amorevole, si avvezzò volentieri a dar ragguaglio, non che dei minuti, dei secondi, a raccontarle atti e pensieri, opere ed ommissioni. Inebriato dalla passione, si era fatto schiavo senza avvedersene, come quei contadini (scusate il paragone), come quei contadini del tempo andato, che i sergenti arruolatori ubbriacavano ben bene, e che il giorno dopo, con loro meraviglia grande, si accorgevano di aver firmato l'ingaggio. Polissena comandava a bacchetta; diceva brevemente: «fate la tal cosa» come se il farla, senza aver sentite le ragioni, fosse nell'ordine prestabilito dai fati. «Non andrete più dalla tale» era un comando che poteva anche piacere, poichè indicava un sentimento di gelosia, e agli innamorati piacciono le donne gelose. «Non parlerete col tale» era più difficile, qualche volta, ma si poteva anche obbedire, non portando altra conseguenza che un risparmio di cappello, due chiacchiere di amici comuni, e raramente uno scontro sul terreno, ottimo per una mezza cavata di sangue, e per il crescere che si fa, con queste imprese, nella estimazione della gente. «Andrete a Reggio, domani», oppure: «mi seguirete fra due giorni a Bologna, lasciando credere di essere andato a Sassuolo» era anche meglio, poichè prometteva uno o due giorni di allegre scorribande, da cui era bandita la cerimoniosa serietà del salotto, o la trepidazione dell'incontro fuori via. Lo stesso si dica del viaggio a Torino, quantunque allora, dopo quattro anni di quella vita, la scorribanda potesse parere un po' lunga. Polissena era una donna imperiosa; ma aveva momenti di grazia incantevole, giorni in cui pareva una fata benefica, una bambina capricciosa, tanto più cara quanto più erano frequenti i capricci. Poi, tutto ad un tratto, diceva: «finiamola, con le pazzie»; e allora ridiventava la signora, marchesa Baldovini, chiusa nel suo sussiego, bastionata nella sua severità, tutta magistrati, ciambellani, generali, diplomatici, gran giustizieri, e patrona per giunta di non so più qual opera pia, congregazione divota, od altro che vi piaccia d'immaginare, in un tempo e in un ambiente come il suo.

Così il nostro Gino era caduto nella rete; così, protestando qualche volta, e sentendosi dare del ragazzo, aveva finito con adattarsi alla sua servitù, decorata di un nome più grato, ma solamente a quattr'occhi. Dopo tutto, perchè lagnarsi? Quella donna apparteneva alla sua medesima classe sociale; egli viveva nell'ozio, e poteva obbedire senza fatica. Perciò si era avvezzato, aveva presa la piega, formata l'abitudine; andava oltre, placidamente, col trotterello dell'antico cicisbeo, e sarebbe potuto andare così, fino…. Ah sì, parliamone: fino a quando? Una marchesina cresceva, accanto alla bella marchesa. Non crediate che fosse proprio al suo fianco; era in conservatorio; ma nelle vacanze faceva le sue piccole apparizioni, e spesso la bionda Polissena, con accento tra tenero e grave, amava ricordare che presto avrebbe ripreso il suo ufficio di mamma. Si rideva, intorno a lei, con aria incredula, e si diceva: «Mamma, Lei, signora marchesa? Vorrà dire sorella!» Era una consolazione quella, e il complimento poteva anche avere un aspetto di verità. Ma infine, o presto o tardi, il giorno doveva venire, in cui la marchesa Polissena, da regina giovane ch'ella appariva, passasse nel novero delle regine madri, e facesse anche ufficio di tappezzeria nelle feste, dov'ella aveva così graziosamente regnato. Baie! C'era tempo ancora a pensarci. La marchesa Polissena era così giovane, così bambina, alle volte! E sempre così bella, poi! Quando voleva, solo a mostrare i suoi denti, in un sorriso, e a muover gli occhi, sprigionandone un lampo, era ancora lei la più bella di Modena: una città dove le belle non sono poche, nè poco.

Il conte Gino andava dunque là, con quel suo guinzaglio lento, che lo tratteneva senza dargli noia, poichè si era adattato, da cane intelligente e mansueto, a misurare il suo passo su quello della padrona. E pensava che la cosa potesse durare così…. Cioè, diciamo la verità tutta quanta, non pensava affatto; andava là, comandato, accarezzato, portando la sua felicità, come il soldato porta lo zaino, lamentandosi a mala pena nelle ore di sole. Qualche volta, lo sapete, egli deponeva il dolce peso, andando a prendere, nella società non sua, quelle boccate d'aria libera che dovevano essergli imputate a delitto dal sospettoso governo ducale. Forse per noia, non confessata a sè stesso, dell'ambiente afoso in cui viveva, si era buttato a cercar fuori le piccole consolazioni. Leale nell'amore, non le cercava già in altri amori, bensì in altra ragione di cose; la indipendenza del suo paese era il pensiero che lo consolava del fatto di aver perduta la sua. Il giorno della liberazione si sentiva vicino; così non poteva durare, per bacco! Non già per lui, che non osava pensarci neanche, e si sarebbe stimato meno, se gliene fosse venuto solamente il sospetto; ma per la patria sua, per l'Italia, no, mille volte no, così non poteva durare. Stato pericoloso dell'anima sua! Il governo ducale ci aveva messo, aveva creduto di metterci un termine, mandando il conte Gino Malatesti a confine in Querciola.

Cacciato con quella rapidità fulminea dell'ordine ducale, Gino Malatesti si era sentito spezzare il cuore. Niente si muta senza affanno, neanche una triste condizione in una migliore, o più grata. L'uomo liberato dai ceppi, non guarda forse con mestizia, breve, sì, ma profonda, alle pareti del carcere, a quelle ignude pareti che furono testimoni e confidenti di tante angosce, di tante afflizioni di spirito?

L'amore, che forse languiva, si ravvivò nell'anima di Gino Malatesti, battè l'ali sulla via dell'esilio con lui. Ah, quella donna! Se avesse sparsa una lagrima! Se almeno gli avesse fatto sapere quella cosa tanto naturale, tanto facile alle donne, come a tutte le creature deboli, e gliel'avesse scritta in due sole parole: «ho pianto!» Come lo avrebbe consolato, confortato a soffrire! Che balsamo avrebbe recato alla sua acerba ferita! Ci sono anche le lontananze utili, quelle che i francesi dicono con modo felicissimo les absences heureuses. Son quelli, per così dire, gli sprazzi d'acqua fredda che ravvivano una fiamma vicina ad estinguersi. Ma la bionda Polissena non aveva dato cenno di sè al condannato; peggio ancora, non si era degnata di rispondere una buona parola al suo messaggero; peggio ancora del peggio, aveva ripresi, raddoppiati i suoi passatempi cittadini, come se nulla fosse avvenuto di doloroso, o solamente di spiacevole per lei. Era proprio la gran dama, che non perdeva il suo tempo a piangere sopra un capriccio svanito, e non voleva portarne il lutto, neanche per una settimana, come si usa nelle Corti.

Queste cose lo avevano profondamente ferito, ed io vi ho descritta la scena a suo luogo. Orbene, vedute alla distanza di un paio di mesi, queste… anzi quelle cose non lo ferivano più. E voi, senza che io ve l'abbia detto, ne sapete il perchè. La boccata d'aria sana aveva fatto il miracolo; quella apparizione celeste delle Vaie, quel senno e quella innocenza, quel fiore di poesia, di pensiero e di studi, avevano rivelato a Gino Malatesti un nuovo mondo, il migliore. Strana novità, in mezzo a quella agreste natura, dove noi per solito non vediamo che boscaiuoli e pastori, gente buona ma ruvida, menti vergini, anime schiette, qualche volta, ma ottuse!

C'è un fiore, nelle regioni alpine, uno strano fiore…. Non l'edelweiss, badate, non l'edelweiss, di cui si è già tanto abusato. È un fiore umilissimo, confuso spesso tra cento, nello smalto allegro dei prati. Nel mezzo del calice slabbrato ha come una piccola lastra tondeggiante, e dall'orlo di questa si ripiega tremolante verso il mezzo una piccolissima forma, petalo, o lacinia del calice istesso, che vogliam dire, ma che vi dà l'immagine di un uccellino il quale stia a guardarsi nello specchio. È forse l'ophrys speculum. Lascio volentieri ai botanici la cura del nome. Il semplice curioso che vede il bizzarro fiorellino e lo ammira, non può trattenersi dal dire tra sè e sè: come mai, in questa selvaggia natura, un fiore così gentile nella sua figura, così bello nella sua novità?