Che c'entrava lei? Questa domanda si affacciò naturalmente al pensiero di Gino.

—Neanch'io, se penso come han guadagnata la loro esperienza;—rispose allora, umilmente.—Ma per seguitarli, per oltrepassarli, che sarebbe meglio, bisognerebbe sempre osare….

—Siete anche timido? Dopo tutte le vostre avventure, di cui non mi congratulo niente con voi?—

—Timidissimo, marchesa. Soltanto, come tutti i timidi, potrei avere un giorno il coraggio della disperazione.—

Così avevano chiacchierato, negli intervalli della quadriglia; così avevano seguitalo a chiacchierare argutamente, nell'angolo di una sala, dove la marchesa Polissena teneva corte d'amore. E quel dialogo, dond'era incominciato il suo romanzo con la bella marchesa, lo rammentava egli allora, dopo quattro anni. Egli, capite? Egli che non ricordava più, dopo dodici ore, come avesse detto: «vi amo» alla fanciulla dei Guerri. Da una conversazione, mezzo audace e mezzo frivola, in una festa da ballo, era nato un amore di quattro anni. Com'è il caso di ripetere col poeta che «poca favilla gran fiamma seconda!»

All'alba, sul finire della festa, dopo un cotillon in cui non era stato egli il cavaliere della marchesa Polissena, ma più d'una volta il rapitore fortunato o il ballerino prescelto, il conte Gino Malatesti aveva trovato il modo di accompagnar la dama fino al portone del suo palazzo, e si era separato da lei raccomandandole di dormire fino a sera, per aver cura de' suoi occhi, che erano senza fallo «i più belli di Modena.» Tanto cammino si era fatto in cinque ore! Ma notate che erano cinque ore di notte, e di notte, lo sanno tutti i camminatori, si va più svelti del doppio, in paragone del giorno.

Aggiungete che la marchesa si era lasciata cadere quella notte dallo scollo della veste un mazzolino di violette di Parma; che il conte Gino lo aveva raccolto e che la marchesa glielo aveva lasciato ritenere, mostrando a tutta prima di non avvedersi neppure del fatto. Più tardi, avendo il giovane accennato il suo piccolo bottino, la marchesa si era degnata di sorridere, e con aria di benevolenza regale gli aveva detto:—Vedremo se saprete conservarlo, anche appassito, e più, disseccato.—

—Vedrete, bella signora;—aveva risposto Gino. animandosi.—Vi porterò questi fiori un altr'anno, in questo medesimo giorno.—

La bella signora aveva dato in uno scoppio di risa.

—Ma bravo, conte! Prendete di queste scadenze, per le vostre visite?
Ed io che ne aspettavo una da voi entro gli otto giorni…. almeno?—