Quel nome, di fatti, veniva ancora alla mente di Gino. Ma egli, oramai, poteva fermarcisi senza terrore, senza rimorso, per sola ragione di studio. La marchesa Baldovini egli l'aveva conosciuta ed ammirata da lungi, essendo ancora giovinetto. Ella non si era neanche degnata di guardarlo, non si era forse neanche accorta della presenza di lui, di quell'adolescente, che serbava ancora, studente d'università, l'aspetto del collegiale. Lo aveva veduto poi, aveva scambiato qualche parola con lui, per convenienza, per uso di società; ma quel po' di frasi comuni non era neanche da mettersi in conto. Ahimè! In quel modo non nasce l'amor vero. Fiordispina, a buon conto, lo aveva amato il primo giorno che lo aveva veduto. Polissena, no. Lo aveva sentito parlare, e non si era mostrata punto commossa; neanche gli aveva lasciato indovinare o sperare che i suoi discorsi le piacessero più che tanto. In quei primi tempi, se egli ben ricordava, la marchesa Polissena prestava molta attenzione alle gentilezze di un colonnello austriaco, giunto in missione presso la corte di Modena. Nè egli se n'era impensierito; neanch'egli amava quella donna, sebbene gli paresse bella e fatta per ispirare una passione in piena regola.

Dopo quel primo incontro con lei, Gino Malatesti era stato distratto da altri pensieri, aveva avuto le sue piccole avventure, i suoi ripeschi, i suoi capricci, tutti decorati di quel gran nome che sapete, e mutati ad ogni tanto, come si mutano le figure in un caleidoscopio, ad ogni voltata del cannocchiale. Un giorno, anzi una notte, incontratolo in una festa da ballo, la marchesa Baldovini si era degnata di ballare una quadriglia con lui, e tra una suonata e l'altra, così di punto in bianco, guardandolo fissamente negli occhi, gli aveva detto:—È vero che amate la tale?—

Gino era rimasto un po' sconcertato da quella domanda improvvida. Avrebbe voluto negare, perchè in verità quell'amore, a cui alludeva la dama, non era, e sopratutto non gli pareva più in quel momento, una cosa tanto bella da vantarsene, o da accettarne il dolce peso con l'atto d'infinita modestia di chi vuol dire e non dire. Ma la marchesa Polissena aveva subito soggiunto:

—Lo so di certa scienza, e mi ha fatto pena… per voi.

—Per me, marchesa?—aveva egli balbettato.

—Sicuramente. Queste son forse conquiste degne di un giovanotto vostro pari? Una plebea, che ha la bellezza del diavolo e nulla più. Non vi vergognate? A me, vedete, signor conte, voi fate l'effetto di un gentiluomo, che ha tenute e foreste per far la gran caccia, e se ne va, umile borghese, la mattina di domenica, fuori porta San Francesco, a contendersi, con altri dieci o dodici suoi pari, una cingallegra smarrita.

—Smarrita!… in dodici, poi!—mormorò Gino tra i denti.

Ma rise, perchè bisognava ridere; e quella risata fu l'orazione funebre recitata sulla tomba…. di una cingallegra smarrita.

—Ah! la gran caccia!—esclamò egli poi, sospirando.—Ne parlate facilmente, voi, bella signora. La gran caccia è molto faticosa, e più ancora difficile. Essa, ad ogni modo, richiede cacciatori più esperti.

—Non mi parlate degli esperti!—replicò la marchesa.—Io non li amo.—