—E dimmi….—ripigliò Gino.—La cosa non dispiace a te?
—No, davvero. Sei un uomo leale e la mia mano stringe volentieri la tua. Conte Gino Malatesti….
—Non parlar, di contea, te ne prego!—interruppe Gino, turbato.—Vorrei che i re della montagna non isgradissero la mia alleanza.
—Ebbene,—rispose Aminta,—se tu mi avessi lasciato finire, non avresti da domandarmelo ancora. Volevo dirti per l'appunto questo, con tutta la solennità possibile ed immaginabile. Conte Gino Malatesti, i re della montagna in questa stretta di mano ti accettano.—
Capitolo VIII.
La marchesa Polissena.
Fu una gran luce, quella notte, nella solitaria cameretta di Querciola. Si narra che una gran luce sfolgorasse pure da una capanna di Betleem, dove era nato il nuovo signore dell'universo. Meglio di tanti re della terra, quel nuovo nato doveva regnare con l'amore; ed era l'amore, non altro che l'amore, quello che diffondeva la gran luce improvvisa fra le tenebre del mondo.
Fiordispina lo amava! Fiordispina glielo aveva confessato! Come? Egli avrebbe voluto rammentar le parole, ad una ad una, e per che modo, per quale artifizio di trapassi, anch'egli fosse venuto al punto di manifestarle i suoi sentimenti più intimi. Ma era proprio vero che aveva parlato? Proprio vero che la fanciulla dei Guerri aveva accolto benignamente l'amor suo? Accade sempre così, quando si vuol ricordare in che modo si è palesata questa gran fiamma del cuore, e non si riesce a trovare come si sia dichiarato l'amore, in quella stessa guisa che il più delle volte non si sa come sia nato. Egli sapeva almeno come fosse nato quello di Fiordispina.—«Vi ho amato dal primo giorno che vi ho veduto»—gli aveva detto la fanciulla. Santa innocenza del cuore! Ed egli poteva rallegrarsi di essere la prima immagine che si fosse specchiata in quel terso cristallo. E si ricordava ancora in buon punto che la dolce confessione gli era stata fatta assai prima, sebbene con altre parole, a proposito di un albo dalle pagine bianche, su cui egli sarebbe stato il primo a scrivere…. e l'ultimo.
Primo ed ultimo! Unico, dunque? Divina cosa! Non c'è amor vero che questo.
Sì, tutto bene; ma dava egli il ricambio di una simile innocenza? Non aveva egli già amato, e parecchie volte in sua vita? Riandando nella onestà della sua mente il passato, quanti amori, grandi e piccini, non avrebb'egli trovato, morti d'ogni età, lungo i meandri della memoria, nè tutti pure onorati di sepoltura! Timidi fiori dapprima, turbamenti, desiderii, cessati per mancanza di oggetto, svaniti per la sua indegnità; poi matte imprese, ripeschi, galanterie, illusioni del senso, che vuol decorare di un nome più nobile i suoi ardori fumosi! Tale, a dirne uno, non era stato l'amor suo per la marchesa Polissena?