Proferì quella parola, come se avesse giurato. Il conte Gino, scosso a sua volta da quell'accento solenne, prese la mano di Aminta e la strinse fortemente, associandosi al giuramento.
Il resto della giornata non si racconta. La scampagnata fu gaia, piacevole, amena, con momenti di grato riposo alternati da scoppi di pazza ilarità, con aliti di frescura che rianimavano gli spiriti, con ondate di tepore che scaldavano il cuore. Infatti, c'è questa sequela di sensazioni materiali in tutte le gioie intense, in tutte le belle riunioni e scorribande all'aperto, dove la natura è scena, e i nostri pensieri si effondono senza timore o sospetto.
Quella sera, appena giunto co' suoi ospiti alle Vaie, il conte Gino volle ritornarsene al suo eremo di Querciola. Sentiva il bisogno di raccogliersi, di meditare, di assaporare la sua felicità.
Nell'atto di separarsi da Aminta, che secondo il solito lo aveva accompagnato un tratto, sul limitare del bosco, Gino disse all'amico.
—Ti ho chiamato fratello, e vorrei esserlo davvero.
—Grazie!—rispose Aminta.—Questo sarebbe anche il mio desiderio.
—Amo tua sorella;—rispose Gino, chinandosi sulla sella e parlando a bassa voce, come se temesse di farsi udire dagli alberi della foresta.
—Oh, il gran segreto!—esclamò Aminta, ridendo.
—Come? Già lo sapevi?
—Me n'ero avveduto da un pezzo. Sfido io, a non avvedersene! Credo che lo sappiano a quest'ora tutti i sassi della montagna.