—Vada per il complimento!—rispose Aminta, ridendo.—Ma non ha i capegli d'oro, che ci ha promessi Don Pietro.
—In pochi minuti tutto ciò è stato cambiato;—disse Gino.—Adesso la Ninfa li ha neri come ala di corvo. Aggiungi che non affascina più i cacciatori, ma dà eccellenti consigli agli ospiti di casa Guerri. Sai di che cosa abbiamo parlato, aspettandoti?
—Dell'Italia, ne son certo;—rispose Aminta.—Mia sorella non pensa ad altro, non vede altro, e noi salutiamo in lei una Romana antica.
—È troppo poco;—disse Gino.—Permettimi di credere che se fossero state così le Romane antiche, Roma comanderebbe ancora alle genti.
—Hai sentito, Fiordispina?
—Sì;—rispose la fanciulla, dall'alto.
—E ti pare?…
—Che il conte Malatesti abbia ragione. Prendiamo senza finta modestia quel che ci viene. Non è il valore, non è l'altezza della mente, che mi regala il nostro ospite, riconoscendo in me l'amore della patria. Oggi il culto dell'Italia nel segreto delle nostre case, o sulla vetta dei monti, lontano dal sospetto dei tiranni e dall'orecchio dei delatori; domani l'impeto della rivolta, il riconoscimento e l'alleanza delle libere volontà alla luce del sole. Ma allora voi combatterete, e noi pregheremo.—
Gino era in estasi, e taceva, come tutti gli estatici. Aminta, che non aveva le sue ragioni per rimanere a bocca aperta, ma che aveva pur sentito profondamente il discorso di sua sorella, stette un momento sopra di sè, poi scosse la testa con atto risoluto, e rispose:
—Combatteremo!—