Ma ora, ritornandoci su, capì meglio; indovinò la cagione di quel rossore; e sorrise e si stropicciò le mani. Perchè oggi, lo sapete, non si grida più: eureka! Quando si scopre qualche cosa, ci si stropiccia le mani e si ride.
Nel caso di Gino Malatesti, la risatina indicava ancora che egli non era solamente felice di avere scoperto un segreto, ma anche perfettamente guarito dell'amor suo per la bionda marchesa.
—Infine,—diss'egli, conchiudendo lo studio,—sia Landi, Nerazzi, e magari tutt'e due, che importa a me? Buona fortuna, signori!—
Capitolo IX.
Due lettere
O Fiordispina! Voi foste allora la donna più felice d'Italia, per non dire del mondo; amante, amata, e sul mattino dell'amore. Perchè, infatti, qual cosa è più bella del principio, nel giorno, e del mattino nell'amore? L'alba promette il meriggio, la luce, la vita, il piacere. Ogni sensazione è fresca, in quell'ora; ogni pensiero è gaio, e la speranza involge tutto de' suoi grati colori. Sull'alba, poi, il calar delle nebbie, il dileguarsi delle nuvole, vi scopre da principio le vette dei monti, vi mostra a mano a mano più ricisi i profili delle colline, vi rischiara le insenature delle convalli, dove la bella luce del giorno nascente illumina ad un tratto qualche ceppo di case, e va a cercare sotto un pergolato la graziosa figura di una fanciulla mattiniera, escita sul terrazzino a respirare la fragranza dei fiori. Così nell'alba dell'amore, i cuori si scoprono a vicenda le loro delicatezze arcane, le loro virtù recondite, i tesori del sentimento e tutto il meglio della nostra povera creta. Ed è grato lo studio, ed ogni novità che si scopre è un'allegrezza per noi.
I giorni delle Vaie si seguivano e si rassomigliavano; cosa piacevolissima, quando i giorni son belli. Gino Malatesti si era fatto grave, di quella dolce gravità che nasconde la beatitudine, ma lascia indovinare i gaudii anticipati di un'anima, la quale sa e può trattenere i suoi desiderii nella certezza del possesso. Dio, quante parole inutili! Ma le ho buttate là, e rimangano pure. Il giovanotto scendeva ogni mattina da Querciola, ma quasi sempre a piedi, e faceva per via un bel mazzolino di fiori selvatici. Giungeva alle Vaie ogni giorno alla stess'ora, cioè verso le undici, ed ogni giorno, a quell'ora, una bella forma di fanciulla appariva sul terrazzo, di fianco alla casa dei Guerri. Gino salutava, e si fermava ad un certo punto, per gittar sul terrazzo i suoi fiori, senza fallar mai il colpo, che sarebbe stato di mal augurio sbagliar la parabola. Poi, fatto un altro saluto, entrava in casa, presentava i suoi omaggi alle signore, chiedeva notizie di tutti, dava le sue, quando ne aveva, e faceva un po' di musica con Fiordispina, o leggeva qualche pagina di libro, ad alta voce, aspettando l'arrivo degli uomini, degli amici suoi, che ritornavano per l'appunto sul mezzodì, dalle loro occupazioni quotidiane.
Dopo il pranzo si scendeva in giardino, a far quattro passi e a visitar le piante rare. Esse non erano più tutte nella stufa, poichè la stagione calda permetteva a molte di rimanere all'aperto; ma alcune si tenevano sempre là riparate, perchè le notti, alle falde del Cimone, quantunque di estate, non erano calde abbastanza. Per altro, nelle ore del giorno, le finestre della stufa erano tutte spalancate, perchè i fiori bevessero la loro parte d'aria e di luce.
Fiordispina e il conte Gino correvano sempre a visitare la bella raccolta di eriche del capo di Buona Speranza. Sentivano forse che il nome era di buon augurio per essi? Fiordispina ammirava i grappoli di campanelluzzi eleganti, variamente colorati, che pendevano dalle asticciuole ramose; Gino la seguiva nelle sue osservazioni, ma non così attentamente com'ella avrebbe voluto, e vedeva le guance di Minerva tingersi di un incarnato più vivo, quando ella si accorgeva che il compagno guardava troppo un mazzolino di fiori selvatici, sporgente dalla gala di mussolina che ornava e nascondeva ad un tempo lo scollo della sua veste di lana.
Anche le gite lontane si seguivano frequenti, ed un giorno si andò fino a Bismantua. Si era parlato tante volte di far quel viaggio! Fiordispina non c'era mai stata, e Gino moriva dalla voglia di guadagnar quella vetta, che rassomigliava tanto al profilo di una gran testa arrovesciata, in atto di guardare il cielo. Si dice questo in grazia di un naso colossale, che è raffigurato dal colmo della montagna, a chi lo guardi da lunge.