Quel giorno, si sa, venne in campo la famosa terzina dantesca, dove il sasso di Bismantua è ricordato. Il Poeta passa in rassegna le più difficili strade da lui fatte ne' suoi continui viaggi, per paragonarle alla faticosa salita del suo Purgatorio.
Vassi in Sanleo e discendesi in Noli, Montasi su Bismantova in cacume Con esso i piè; ma qui convien ch'uom voli.
—E qui è stato il padre della patria;—disse Gino, salendo anch'egli «con esso i piè» ma non senza fatica sull'erta del monte.—Di qui ha veduto il nostro Cimone e l'Alpe di San Pellegrino, l'Alpe di Succiso, il Mal Passo e l'Orsaro; qui gli si è stesa davanti agli occhi quella fila di giganti che sono laggiù i monti Apuani. Non credete voi, Fiordispina, che tutte queste scene di sassi, orridamente belle, ammirate da lui sul colmo di Bismantua, siano entrate per molta parte nella composizione del Poema sacro?
—Sì,—disse Fiordispina,—dovete aver ragione. Ma io penso ancora un'altra cosa, quassù. Penso che in molti versi, sparsi qua e là nella Divina Commedia, il Poeta mostra di credere alla grandezza del suo lavoro; ma che nessuna cosa indichi meglio questa sua fede, che il fatto di aver vedute o descritte con un cenno maestro tante regioni d'Italia. Da ogni terra ch'egli ha visitata, Dante prende un'idea, un colore, una immagine, e le aduna nel suo poema, che sarà la Bibbia degli Italiani, quasi volesse rappresentarci la penisola già unificata nella sua mente profetica.
—Ah!—gridò Gino.—Si avverasse presto il gran sogno!—
Così la gita di Bismantua si era mutata in un pellegrinaggio di voto, come se i nostri due innamorati fossero andati ad un santuario antico, per venerare gli Iddii della patria. Ma a tutti fa questo senso Bismantua, anche senza aver compagna nella salita una bellissima donna, che abbia letto Dante e lo ami.
Quel giorno, sotto la vetta del monte, Gino Malatesti incise tre nomi sulla corteccia di un faggio: il nome del Poeta su in alto; più sotto il nome di Fiordispina ed il suo. Oh, non c'era pericolo che facesse errori, scrivendo il nome di lei! Questi malanni non occorrono che in sogno.
Nella realtà, piuttosto, ne occorrono degli altri. Il conte Gino, per esempio, al suo ritorno di Bismantua, trovò una lettera, che aveva lasciata per lui il procaccia. Da qualche tempo, sapendo che il conte Malatesti faceva capo ogni giorno alle Vaie, era uso del procaccia di consegnargli le sue lettere laggiù, o di lasciargliele, se non lo avesse trovato.
—Notizie di casa tua;—disse Aminta, separando la lettera di Gino da quelle dei Guerri, e consegnandola all'amico.
—No,—rispose Gino, dopo aver dato una guardata alla soprascritta,—non è il carattere dei miei.—