—Sì, sì, come vorrai;—disse Tristano;—ma lascia fare a me. Questa è faccenda che bisogna trattare delicatamente. Andrò da solo a parlargli, e te lo ridurrò mansueto come un agnello.—
Filippo Bertone si aspettava quella visita. E come ebbe udito dal Priore, che egli, innanzi di presentarsi in veste da araldo, veniva a guisa di amico, per ragionare alla libera, anzi col cuore in mano, gli seppe grado dell'atto cortese e mostrò di volersi rimettere in lui.
—Ella intenderà,—gli aveva detto Tristano,—che qui si sta per fare un pasticcio, e non già di quei di Strasburgo, ma che poi non potremmo più accomodare, per quanta buona volontà ci mettessimo da ambe le parti. Il suo amico Ariberti è fuor dei gangheri e non c'è verso di fargli intender la ragione. Vediamo dunque di uscirne alla meglio e senza pubblicità.
—Capisco;—rispose Filippo;—quantunque da un amico d'infanzia io non dovessi aspettarmi una scartata simile, e senza un'ombra di ragione da parte sua. Ma come vuole che noi l'accomodiamo, se egli domanda una cosa ingiusta? Io, veda, non ho pratica di quistioni di onore e non so se sosterrei bene o male uno scontro. Bisognerebbe vedere. Ma qui, per intanto, le dirò schiettamente che, sfidato a duello da lui, e pel motivo che Ella mi dice, non andrei sul terreno. Egli dovrebbe tirarmici pei capegli, e con un altro pretesto. Ariberti è innamorato; e lo sia. Quanto a me, non involgerò mai nello scandalo, che egli vorrebbe, una famiglia rispettabile che mi ha accolto come maestro ad un suo fanciullo, per intercessione di un degno professore che mi vuol bene. Signor Falzoni, io parlo ad un uomo più vecchio e assai più sperimentato di me. Crede Lei che sia il caso di fare un duello, che metterebbe in piazza una riputatissima dama, superiore di tanto alle nostre bizze da scolaretti? Dovrei cavarmi d'impiccio dandogli la camera; lo so. Ma anche quei signori di laggiù sanno che io abito questa soffitta. Come potrei colorire lo sgombero? E noti, signor mio, che se l'Ariberti corteggia la dama, può anche darsi che ella se ne sia avveduta. Almeno, è da supporsi. In questo caso, di due l'una, o passerò agli occhi di quella signora per un pusillanime, o per un amico troppo compiacente. E nell'un caso e nell'altro, le apparirò consapevole di un segreto che la riguarda, e senza giovare a lui, ne avrò il danno e le beffe.—
Il ragionamento correva a filo di logica, e Tristano in cuor suo dovette convenirne. Tristano, da quel vecchio diavolo ch'egli era, intese benissimo anche un'altra cosa; intese che si trattava di persone ragguardevoli e potenti, che non c'era guadagno a toccarle, e che male sarebbe potuto incoglierne a lui, se avesse mai secondato l'Ariberti in quella picca e fatto nascere un guaio.
—È vero, ciò che Ella dice;—rispose adunque il Priore, offrendo a Filippo un'uscita onorevole:—e quando Ella mi assicura che non corteggia la signora… che non ha pensato mai a vogare sul remo dell'amico…
—Lasciamo stare l'amico, per carità!—interruppe Filippo, che aveva il cuor gonfio d'amarezza.—Ariberti non è amico mio, se ha potuto sospettarmi prima, e meditar poi una sfida. Questo io posso assicurare a Lei: che la signora in discorso è un angelo di bontà e che io non ardirei mai di alzare gli sguardi, non che le speranze, fino alla mia eccelsa benefattrice. Così infatti io debbo chiamarla; tale io debbo, e non altrimenti vederla. Il caso mi aveva condotto ad abitare quassù; i miei studi mi hanno posto in relazione col venerando uomo, che si è fatto di buon grado il mio protettore. Sappia, signor Falzoni, che io son debitore del mio umile uffizio di maestro presso il marchesino, alla bontà del mio professore di clinica, che è in pari tempo il medico e l'amico di quella famiglia. Questa è la pura storia, ed io l'ho raccontata a Lei, a Lei solo…
—È detta al confessore, non dubiti;—rispose Tristano.—Io la stimo, signor Bertone e non ho più altro da chiedere alla sua cortese schiettezza. Dirò ad Ariberti che non può, non deve aver rancore con Lei. Insomma,—conchiuse il Priore, scuotendo alteramente le spalle,—si tratta di una ragazzata e la farò finita senza tanti discorsi. Io frattanto sono lieto di queste sue spiegazioni, non solamente perchè mi daranno più ansa ad usare della mia autorità su lui, ma anche perchè mi hanno offerto occasione di conoscere un giovine discreto ed onesto come Lei. Signor Filippo Bertone, la mia amicizia; e se valgo in qualche cosa per Lei, mi spenda liberamente.—
Filippo Bertone restò confuso a tutte quelle gentilezze e non seppe che dire. Però strinse con effusione la mano che gli sporgeva il Priore, e, balbettando un complimento, lo accompagnò fino al pianerottolo della sua piccionaia.
—Quando si dice la riputazione!—pensava egli, tornando alla pace insidiata del suo modesto scrittoio.—Ecco un uomo che passa in tutta Torino per un accattabrighe, un rodomonte, un uomo senza cuore; ed è buono poi come il pane.—