Ben altra opinione aveva a farsene l'Ariberti, quando si sentì dire dal suo araldo di guerra che non bisognava far nulla. Si provò a sostenere il contrario, ma Tristano alzò le spalle e gli diede su per giù del ragazzo. Volle star sulla sua, e rispose che avrebbe cercato altri padrini; ma il Priore gli disse che si guardasse bene dal farlo, perchè, all'ultimo degli ultimi, egli, Tristano, avrebbe fatto il padrino a Filippo Bertone, e dato, non una, ma tre lezioni di cavalleria, ed anco di gratitudine a chi dell'una cosa e dell'altra, si mostrasse dimentico.
L'uomo era in tutta la pienezza della sua autorità, come il marito di Sefora, prima di ascendere il Sinai, o, se vi piace di più, come il vecchio della Montagna in mezzo ai suoi divoti seguaci. E Ariberti cedette. Tristano gliene seppe grado, e tornò umano, trattabile come prima. Ariberti in quella vece rimase grosso con lui, non già all'apparenza, ma nel fatto. Lo si vedeva inoliato di fuori, ma dentro ci aveva la ruggine. Per la prima volta, dopo tanta adorazione cieca, il Priore dei cavalieri di Malta gli apparve un egoista di tre cotte, un uomo leggiero, una carrucola, e tutto quel che peggio vorrete.
Ariberti era giovine, e in questo basso mondo aveva ancora a vederne di tutti i colori, e a pentirsi più d'una volta de' suoi primi giudizi. Prima frons decipit, lo hanno detto gli antichi.
Lascio intanto argomentare ai lettori come gli cuocesse di quella figuraccia; che tale gli pareva davvero, al cospetto di Filippo «l'ipocrita» e della sua marchesana. Primo primis si sbandeggiò dal teatro, che era del resto agli sgoccioli, e si diede tutto, anima e corpo alla vita scioperata. Amore e gloria lo disdegnavano; ed egli mandava al diavolo la gloria e l'amore.
Rimaneva per altro il suo debito di figlio. Proprio in quel torno capitò una lettera di sua madre. Quella santa donna gli scriveva, piena di sgomento, e in tutta segretezza. Il signor Amedeo stava muto come un pesce, ma dalla sua stessa taciturnità la moglie indovinava che egli non avesse troppo buone informazioni del figlio; epperciò nella sua lettera gli raccomandava di fuggire le male compagnie e di studiare a tutt'uomo per non essere cagione di lagrime in casa.
Quella lettera, accompagnata dai piccoli risparmi della signora Caterina, fu anzitutto un grande aiuto al bilancio del nostro eroe, quindi un raggio di luce nelle tenebre del suo spirito infermo. Un mese o poco più, gli rimaneva di buono per gli esami. Tornò quel giorno stesso all'Università. S'intese col Balestra, e andò con lui a ripassare ogni mattina le istituzioni del Diritto romano. Si affogò nel latino; meditò le dottrine del Savigny; raffrontandole con quelle del Vico; consumò le notti e le lucerne intorno a certe annotazioni che gli dovevano stampar meglio nella memoria il testo delle Pandette. Infine, che vi dirò? Verso i quindici di maggio, del mese in cui la natura risorge, e perfino gli asini cantano d'amore, il nostro studente scioperato faceva uno splendido esame, e usciva, se non m'inganno, baccelliere in giurisprudenza.
Baccelliere da baccello!
CAPITOLO X.
Dove i nodi vengono al pettine.
Era una splendida giornata della fine di maggio quando il giovane baccelliere fece ritorno a Dogliani; una giornata tutta tepori e fragranze, come avviene per solito nei trapassi dalla primavera all'estate. Ma il nostro eroe badava assai poco alla bella giornata; l'animo suo era sordo alle liete voci della natura; invano la gran madre, a dirvela con una frase audacissima, si era infronzolita per lui. Il signor baccelliere si mostrava pensieroso, anzi peggio, stizzoso, di mala voglia; insomma, per usare una parola moderna, che risponde ad una moderna infermità, maledettamente nervoso.