Con chi l'aveva? Con se stesso e cogli altri, col mondo interno e col mondo esteriore; due mondi che l'uomo incomincia ad avere in uggia, quando ha varcato la fatale trentina. Ma il nostro Ariberti, ragazzo precoce, faceva tutto in anticipazione.
Le accoglienze della signora Caterina furono materne, e con questo aggettivo mi pare di avervi detto ogni cosa. Quelle del signor Amedeo, per contro, furon fredde anzi che no. Le belle imprese dello studente, avevano avuto un'eco fino a Dogliani. E qui, facciamo ad intenderci. Al signor Amedeo non dispiaceva punto che il figliuol suo si facesse un uomo e si mostrasse tale anche prima della età voluta dalle statistiche. I babbi son tutti così; hanno fretta; non per niente son nati prima di noi. Perciò il duello del figlio, che, ancora in fieri, gli avrebbe dato sui nervi come una solenne ragazzata, degna di una tiratina d'orecchi, non doveva dispiacergli, a cose fatte, poi tanto. Anche i versi, pomposamente stampati, non gli parevano un delitto imperdonabile. Alla fin fine, erano belli; e se ne nascevano in casa Ariberti, c'era piuttosto da tenersene, che da fargliene una ramanzina. Neanco gli avrebbe dato ombra qualche ripesco amoroso. Suo figlio era un bel giovinetto; che diamine! e se piaceva alle donne, non c'era mica da condannare… le donne. Ecco qua per l'appunto il nodo della quistione. Rispetto agli altri, e considerate ad una ad una, quelle imprese gli parevano naturali e fino ad un certo segno condonabili; ma tutte insieme, e rispetto al figlio, gli apparivano malefatte, da non meritare indulgenza. E ciò segnatamente per gli studi, che ne avrebbero sofferto. Il ragazzo si svia, pensava egli, il ragazzo si svia, e bisognerà rimetterlo in carreggiata. Principiis obsta; sero medicina paratur.
Per altro, il signor Amedeo si rabbonì, quando vide il certificato degli esami, che portava segnati, a giustificazione del figlio, tutti i punti e la lode. La lode! che vi pare? Va bene che in legge, secondo i maligni, è abbastanza facile buscarla; ma per contro è altrettanto facile di non buscarla affatto; dunque… La conseguenza viene da sè. E il signor padre si rabbonì; non già ad occhi veggenti, perchè l'autorità sua ne avrebbe scapitato; ma bene lo intese la signora Caterina, che vide il marito star meno sostenuto con lei.
Del nostro baccelliere furono invece assai meno contente le sue vecchie conoscenze di Dogliani. Le ragazze lo trovarono più bello, più elegante di prima, e pensarono a lui per una settimana, con gran dispetto degli Adoni di mandamento; ma finirono col giudicarlo freddo, contegnoso, aristocratico. Si è sempre aristocratici per qualcheduno; e nel suo paesello natale, dov'era conosciuto lui, dove era conosciuta la famiglia, il giovane Ariberti doveva parere superbo senza ragione. Ci fu, tra l'altre, una figlia di droghiere che ebbe da lui un saluto di tanta degnazione, da piangerne per una notte intiera. Una conservatrice d'ipoteche, perduta la speranza di registrarlo fra i frequentatori delle sue veglie, lo definì, tra due giuochi innocenti, uno sciocco.
Il giovane dava appicco a tutti questi giudizi, a tutti questi malumori, fuggendo le conversazioni e le compagnie d'ogni sorta. Poverino! pensava ai suoi debiti, segnatamente a quello del tipografo, che presto gli aveva a cascare tra capo e collo, e almanaccava più di un ministro di finanze, quando cerca il pareggio tra la entrata e l'uscita.
La mattina, per almanaccare a suo agio, si alzava da letto per tempo e se n'andava lontano pei campi, ma senza dare l'occhiata del presidente ai coltivati, nè quella del poeta ai salvatici. Invano le colline s'indoravano per lui al primo raggio del sole; invano i rosolacci disposti a gruppi, a manipoli, a file serrate, agitavano i calici scarlatti sui ciglioni dei prati; invano le monacucce facevano pompa degli steli diritti e dei fiori incarnatini in mezzo alle spighe biondeggianti del grano. Il signor baccelliere andava diritto per la sua strada, senza pure avvedersi delle api, che gli gironzavano a sciami intorno alle ginocchia, andando in busca di cera e di miele nella varia fioritura dei pingui maggesi. La bella natura, le albe, i tramonti, i rivoli solitarii tra due file d'ontani o di frassini, i buoi aggiogati che trascinavano lentamente la loro gran mole di fieno odoroso sulla nota carraia, tutte queste cose sane, che intendiamo così bene quando ci manca il tempo a goderle, non avevano voce per lui.
Si guardava dentro, il poverino, e ci vedeva buio, gran buio. Per altro, a furia di guardare, ci trovò il soggetto e la materia d'un dramma. Era il secondo che perpetrava; ma stavolta il delitto era in prosa, e d'indole acconcia alla scena; si allontanava ad un tempo da quel vero che non ha fortuna in teatro e da quel falso che spesso è frutto di larghe vedute estetiche; ma seguitava la via di mezzo, che piace tanto alla comune degli uomini, poichè rappresenta in arte quell'aurea mediocrità che regna in tutte le cose della vita, e agli uni tempera i desiderii, agli altri smorza le invidie, a tutti conferisce come un'aria di famiglia e li consola d'esser figli d'Adamo.
Lo tirò giù venti giorni, che per un'opera simigliante erano forse già troppi, e gli parve che andasse bene. Spese altri cinque giorni per tirarlo a pulimento e per farne una copia presentabile; poi lo accartocciò, lo rinvolse in un bel foglio di carta turchina da bottegai, che suggellò bravamente sul margine, e si dispose a scrivere su l'indirizzo.
Ma a chi mandarlo? Questo era il busilli. Per fortuna l'Euterpe veniva ogni settimana a salutarlo in Dogliani, e sull'Euterpe c'erano indicazioni di compagnie drammatiche a bizzeffe. Trovò in questa guisa il capocomico di suo gusto, che recitava in quel torno a Genova, e gli spedì il manoscritto dicendogli nella lettera, che glielo avrebbe potuto dare per ottocento lire, nè più, nè meno; o prendere, o lasciare.
Così contava di pagare il tipografo e di avere per giunta un po' di danaro in serbo per altri debitucci che lo aspettavano a Torino. Per quattro o cinque giorni attese risposta, ma invano. Già, bisognava dare al capocomico il tempo di leggere; cosa difficile, come tutti sanno. All'ottavo giorno gli scappò la pazienza, e riscrisse, sollecitando quella benedetta risposta. Il suo uomo non si fece vivo. Allora ne pensò una da furbo di tre cotte; mandò all'amico dell'Euterpe una notarella agrodolce in cui si pregava il gran capocomico Tizio (è qui c'era il nome scritto a mezzo, colla, promessa del resto) a rispondere alle lettere, o rimandare i manoscritti che si sottoponevano al suo riputato giudizio. La noterella comparve stampata, e tre giorni dopo, il nostro Ariberti riceveva per la posta il suo scartafaccio.