Altro che ottocento lire! Il degno pronipote di Roscio, in una sua letterina mandata quel medesimo giorno, gli diceva d'aver letto attentamente il suo dramma. Belle scene; stile classico; passione…. oh, passione, poi, quanta ce ne poteva essere in un dramma di Shakespeare; ma il lavoro era troppo serio, oh sì, troppo serio, e il pubblico, per allora, domandava di ridere. Inoltre era un po' lungo. Va bene, che si sarebbe potuto scorciare, ma sarebbe stato un vero peccato. Tanti bei pensieri! Scene così belle! Infine era un lavoro da stampare; oh sì, da stamparsi senz'altro, e i lettori avrebbero reso giustizia, ecc. ecc., gustato, ammirato; e qui mettete a dirittura una dozzina di eccetera.
Che c'era di vero in tutte quelle considerazioni del pronipote di Roscio? Ariberti diede un'occhiata al suo povero manoscritto. Oh rabbia! Era rivolto ancora nella sua fascia turchina e coi medesimi suggelli di ceralacca che ci aveva messo lui a Dogliani.
Il signor capocomico aveva dimenticato di salvar le apparenze.
Oh capicomici! Il mio eroe vi mise tutti in un mazzo, v'involse tutti in una sola maledizione. E aveva il torto marcio, come lo si ha sempre, quando si giudica in modo assoluto. Almeno almeno, avrebbe dovuto fare una eccezione pel suo uomo, che gli diceva ben del suo dramma senza averlo letto, e non gli prometteva di pagargli tremila lire quando i suoi poveri cinque atti avessero ottenuto il trionfo di quattro repliche alla fila; trionfo per sè stesso impossibile ad un autore novellino, e che dopo tutto c'era sempre modo di mandare a vuoto, in ogni teatro d'Italia, dove gli abbonati comandano a bacchetta, e non ammettono repliche!
Intanto la fatale scadenza si avvicinava a grandi giornate. Ahimè! Il cielo aveva un bel mettersi a festa, coi drappelloni più azzurri; i grilli canterini avevano un bel trillare alla luna, e le lucciole un bel far la ridda notturna fra i pioppi regalandogli senza spesa la gran scena del monastero nel Roberto il Diavolo. Il signor baccelliere aveva la mente a tutt'altro. Provò a chiedere notizie della vendita ai librai di Torino, ma ebbe a rimetterci le spese di posta. Pur troppo, dopo quelle quattro copie che sapete non si era più spacciata una delle sue povere Foglie.
La notte che precedeva il gran termine, Ariberto Ariberti non potè chiuder occhio. Soltanto un condannato a morte mi servirebbe per far riscontro al suo caso. Ad ogni ora, ad ogni momento, il cuore gli dava un sobbalzo, chè gli pareva di veder comparire il cancelliere colla sentenza; intendi il postino con una lettera del tipografo. Passò la mattina, e passò anche il giorno, senza l'apparizione del molesto messaggio. Ed era naturale: il tipografo abitava a Torino, e non a Dogliani. Ma il giorno dopo?
Ed anche quell'altro giorno trascorse, e fu seguito da parecchi, tutti pieni di angosce ineffabili. Al settimo, incominciò a respirare. Che il suo creditore fosse ammalato? Dio di misericordia, fosse andato fra i più? Egli veramente non avrebbe desiderato tanto dalla infinita bontà; ma infine, se una disgrazia simile avesse proprio chiamato a sè quel degno collega dei Fontana, e dei Pomba, per chiedergli conto de' suoi errori di stampa, Ariberti non avrebbe dato altro conforto alle sue ceneri che quello di una lagrima, di una lagrima, sola.
Senonchè, muoiono forse i creditori, come tutti gli altri nati dalla creta? Muoiono essi davvero innanzi la scadenza dei crediti loro? A questo problema Ariberti non ci aveva pensato mai. E pensandoci allora gli parve impossibile che il destino rinunziasse in tal guisa ad uno de' suoi più sicuri strumenti di tortura. Epperò il suo cuore durava sempre in sospetto e in ansietà; quel silenzio non gli prometteva niente di buono.
Un giorno, mentre egli stava leggiucchiando a tavolino, aspettando l'ora del desinare, suo padre entrò nella camera. Il signor Amedeo non metteva mai piede colà, argomentate dunque lo stupore del figlio e il tremito che lo assalse quando lo vide avvicinarsi a lui e gittargli sullo scrittoio un foglio, che aveva cavato allora, e molto gravemente, di tasca.
Il povero baccelliere diede una sbirciata a quel foglio. Era una carta bollata. L'aperse colle mani tremanti e vide…. quel che doveva aspettarsi, il suo contratto col tipografo di Torino.