—È pagato;—disse allora il signor Amedeo.—Vedete, c'è la quietanza a piè di pagina. Ma d'ora innanzi, se studieremo la natura dei contratti, in cambio di sottoscriverne per conto nostro, faremo certamente assai meglio.
—Padre mio!—gridò lo studente, dando in uno scoppio di pianto.
—Orbene, che c'è?—gridò il signor Amedeo con un accento di burbero benefico.—I versi alla perfine non erano dei peggiori che si stampino in Italia. Ma non prendete impegni che non possiate poi soddisfare.—
Il giovane promise, come potete argomentare, che non ci sarebbe cascato mai più. Ma in vita sua doveva farne dell'altre; e questo si dovrà argomentare del pari.
Intanto, colla mente al suo libro invenduto, al suo dramma pulitamente rifiutato, alle contrarietà del presente e alle incertezze del futuro, il nostro Ariberti ci aveva da fare un processo in formis alla sorte tiranna. Egli pensava ciò che molti avevano pensato prima, e che molti dovevano pensare dopo di lui; esser difficile, lo entrare nel mondo, come in un teatro alla cui porta si faccia la coda. Ecco qua; dar di gomiti, guizzare a destra, esser respinto a mancina, dire una parolina a questo, dare un urtone a quell'altro, grazioso coi forti, inurbano coi deboli, e tutto ciò per guadagnare una spanna di terreno, per trovare, egoista tra tanti egoisti suoi pari, il filo della corrente che dovesse portarlo alla meta! Ariberti non doveva avvezzar l'animo ad un così miserabile uffizio; capacitarsi che la vita è una sconcia battaglia cogli uomini, con sè stesso, colla necessità, infine, con tutto; persuadersi che, per andare avanti da sè, bisognava non solo aver fortuna, ma costanza e pazienza, farsi piccini ad ogni buco, conquistare a forza le prime cinque lire, contarci su, menare una vita da formiche, non perdere un'ora nè un minuto, non dormire all'occorrenza e non mangiare, rispettar molto e disprezzare altrettanto, essere o parere non curanti d'ogni grandezza, come d'ogni disgrazia, far poco assegnamento sugli altri, e spenderli tutti quando ne venga il destro, andar oltre tenendosi al muro e saper poi girar largo ai canti, ottenere a stento la sua parte di strada e lì subito farsi d'ogni cosa schermo alla testa, sempre per paura di un embrice che caschi. Vergognosa esistenza! E quando non si è tristi del tutto, quando si ha un briciolo di cuore, una scintilla di poesia, di fede e di amore nell'anima, trovare anche il tempo di non odiare il nostro simile e di perdonargli il suo egoismo, sperando che egli lo perdoni a noi pure, secondo la massima del paternostro, vecchia preghiera, di cui tanti divoti pappagalli hanno smarrito il senso, a furia di recitarla in latino.
Eppure, tanta è nell'uomo la possanza del mal abito, così forte il gusto del pessimo (informino tutti i veleni e le pestifere sostanze, a cui il nostro palato si avvezza con mitridatica cura), che il signor baccelliere, dopo aver tanto meditato e tanto maledetto, non sentiva altro desiderio, altra impazienza, che di tornare alla sua vita di prima. E ci tornò col novembre, fornito la borsa dei materni risparmi e foderato il cervello di buone intenzioni. Gli uni e le altre quanto avevano a durare? Vedremo in processo di tempo. Frattanto, bisognerà dire che cominciò l'anno scolastico frequentando assiduamente l'Università e tenendosi lontano dai cavalieri di Malta. Ma dove e con chi aveva egli a passare le ore bruciate del giorno, se coi signori della Dora ci aveva l'astio e con Filippo Bertone era senz'altro alle rotte?
Fu un lungo battibecco tra il suo diavolo buono, e il cattivo; finalmente la diedero nel mezzo, e il nostro eroe si riaccostò più strettamente all'Euterpe, colla scusa che non ci aveva a rimettere, ed anzi ci guadagnava i danari delle male spese. Inoltre, e non ci aveva sempre il suo dramma da far recitare? E non era quella la strada per trovare un capocomico? Infine, che serve? c'è sempre nei ripostigli della coscienza una buona ragione, per indurci a fare quello che più ci talenta. E siccome poi in tutte le strade per cui un uomo si mette, egli ci na sempre a trovare qualcosa che dia nuovo indirizzo al suo vivere, sentite che nuovo caso intervenne al nostro signor baccelliere, ridiventato giornalista teatrale.
CAPITOLO XI.
Nel quale si fa conoscenza con una bella ungherese.
Era andato una sera a teatro, non so bene se al Rossini, o al D'Agnennes, o ad altro dei teatri di second'ordine della vecchia capitale del regno. Si cantava un'opera alla svelta, senza grandi apparecchi, senza sfarzi, come si usa in Italia colle opere dei nostri grandi maestri della prima metà del secolo, che debbono piacere per la loro musica, anche male eseguita, come certe ragazze, mandate attorno alla buona debbono piacere pei loro begli occhi. Mancando gli artisti di grido e lo sfoggio dell'allestimento scenico, lo spettacolo era poco attraente; ma il Regio era ancora chiuso, e, per un trattenimento di mezza stagione, ce n'era anche di avanzo. Così almeno pensava l'impresario e, colla loro facile contentatura, sembravano ammettere i frequentatori del teatro; i quali, del resto, erano pochi in platea, pochissimi nei palchi.