Che cos'era andato egli a fare là dentro? Ad ammazzare la noia, ed anche a sentire la prima donna, una diva di seconda categoria, che il direttore dell'Euterpe gli aveva raccomandata caldamente. Ora, siccome, per servire l'amico, non occorreva mettere tutta la sua attenzione alla scena, il nostro Ariberti era molto distratto; e poichè la noia non l'aveva ammazzata, stava là in piedi, vicino all'ingresso, per aspettare che la sua raccomandata finisse di cantar la romanza, e pigliare subito dopo il portante.

Ma appunto allora, un applauso sollecito che non aveva voluto attendere gli ultimi gorgheggi dell'aria, gli fece voltar gli occhi da un palco del primo ordine. Ci erano dentro due dame, una vecchia e una giovane, con un signore in mezzo a loro, ed in piedi, che applaudiva anche lui, ma soltanto per compiacenza, come dimostrava la lentezza dei movimenti e il lieve sfiorar delle palme. La vecchia era vecchia, e non fa mestieri dirne altro. La giovine era assai bella, di fattezze regolari e delicatissime, di pieni contorni e d'una bianchezza rara, che faceva contrasto cogli occhi neri e grandi, colla capigliatura corvina e abbondante, e colla veste di velluto nero, che la stringeva gelosamente fino alla radice del collo.

Era lei che aveva applaudito per la prima. Le sue belle mani, morbide e sottili, si agitavano ancora a mezz'aria. L'atto parve strano al giovine Ariberti, che non aveva mai veduto una signora usurpare in tal guisa i diritti del sesso più forte e più chiassone. Evidentemente costei era una forastiera; che, quanto a giudicarla una provinciale, si opponevano del pari una schietta eleganza e quella bellezza singolare, che conferisce di primo lancio ogni diritto di supremazia, non che di cittadinanza, alla donna.

Quella gentil figura colpì grandemente l'Ariberti, che dimenticò senz'altro il proposito fatto poc'anzi di andarsene. In un teatro mezzo vuoto, poche cose bastano qualche volta ad attirar l'attenzione di uno sfaccendato; figuriamoci poi quando si tratti di una bella donnina, miracolo che non è dato di vedere ogni giorno. E allora il teatro, anche tappezzato di facce proibite e imbottito di sbadigli, vi si tramuta di punto in bianco, vi diventa come un museo, dove una bella Venere vi trattiene lungamente estatico in una gran sala fredda e malinconica, popolata all'intorno di torsi, di fauni, di filosofi greci e d'imperatori romani.

Ariberti facendo le viste di guardare sbadatamente in giro, diede tre o quattro occhiate furtive alla sua statua, e potè sincerarsi che la ci aveva proprio nei contorni del viso un'aria di famiglia colla Venere Capitolina, come gliel'avevano fatta conoscere i modelli di gesso della benemerita arte lucchese. La sua Venere aveva sempre gli occhi rivolti alla scena, e i movimenti agili e graziosi della sua testolina, e il lampeggiare de' suoi occhi profondi, indicavano che essa pigliava gusto alla rappresentazione.

Il cavaliere era in piedi vicino a lei, e spesso si faceva innanzi, appoggiandosi colle mani sul davanzale del palco, o per vedere sui lati, o per far vedere ai popoli circostanti la sua intimità colla dama, a cui diceva sempre le più leggiadre cose del mondo. Ma ella non parea dargli retta; sorrideva, accennava del capo, prendeva il binocolo per guardare un tratto qua e là; ma subito lo deponeva sulla mensoletta di velluto, e tornava cogli occhi alla scena.

E tuttavia, con quella mobilità somma di sguardo che le donne hanno comune coi leporidi, la signora vedeva anche tutto ciò che si faceva in platea, e la terza occhiata di Ariberti ebbe un ricambio inaspettato, che al nostro osservatore fece l'effetto di una scintilla elettrica, a dir poco.

Si cominciava bene; e appunto perciò bisognava andar cauti, per non guastare le uova nel paniere. Di queste faccende il giovine Ariberti aveva l'istinto, non l'esperienza; e l'istinto, lo fece andare alcuni passi più indietro, ed appoggiarsi contro la curva parete della platea, per modo che, voltandosi a mezzo, potesse vedere lei, senza esser veduto dalla vecchia, se era una suocera, e dal cavaliere, se era un marito, o un aspirante. Così, senza parere, andava a suo bell'agio adocchiandola e sì veramente in lei compiacendosi… Ma qui mi accorgo di essere sull'orme di messer Giovanni Boccaccio, mio riverito maestro, e mi fermo, per non inciampare nello strascico del suo magnifico lucco fiorentino, allungato nobilmente a mo' di toga romana.

Dirò invece che il nostro Ariberti notò minutamente ogni bellezza della sua sconosciuta, e il bianco perlato della carnagione e le nere pupille sfavillanti da due globi del colore del cielo (vere folgori affogate in un mar di latte, direbbe la scuola moderna) e la soave rotondità del collo, e la curva armoniosa dell'òmero, e tante altre mirabili cose, che a notarle tutte in fila, ci vorrebbe la pazienza d'un notaio. Una, su tutte le altre, colpì il nostro osservatore, e fu quella purezza di lineamenti, unita ad una somma delicatezza, donde la bellissima testa assumeva i contorni, ricisi e morbidi ad un tempo, d'una statua greca. E invero, costei pareva opera di un nuovo Pigmalione, che avesse lavorato amorosamente di scalpello sulla grana gentile d'un marmo di Carrara, e poi ottenuto dalla compiacenza dei celesti di soffiarle un alito di vita nel petto.

Mentre il giovine Ariberti beveva a lunghi sorsi «lo suo dolce veneno», la sconosciuta aveva notato il suo cambiamento di posto, si era accorta che tutta quella conversione a destra e quell'appostamento a sottosquadro eran fatti per lei, e di tanto in tanto chinava gli occhi verso quel giovinottino elegante, bruno di capegli, pallido in viso, e di lineamenti aperti, che dardeggiava a lei così vivide occhiate. Quelle occhiate dicevano un subisso di cose; egli aveva nello sguardo tutte le precocità, tutti… Ma via, dopo aver risicato d'inciampare nel lucco fiorentino di messer Giovanni, darò vergognosamente nelle strampalerie della scuola moderna?