Torniamo ai fatti. Evidentemente, egli piaceva a lei, come ella a lui. Bel romanzo, che doveva restare lì in tronco, dopo una ventina di guardate sentimentali, appoggiate da una dimostrazione offensiva di binocoli! Ma quanti non sono nella vita i romanzetti che finiscono così! Quella donna aveva il tipo nordico; veniva dall'Inghilterra, o dalla Russia, dove le donne son così belle coi capelli biondi, e bellissime poi quando li han neri, come le nostre donne italiane. Quelle chiome corvine della zona temperata e quelle diafane perlagioni di carne delle regioni artiche, compongono una così strana forma di bellezza, da ricordare certe figure di keepsake, o di strenna, per dirla italianamente, le quali fanno guardare lungamente, poi che si è chiuso il volume.

Così pensando, o qualche cosa di simile, Ariberti argomentò che quella gentile apparizione e quella muta corrispondenza di sguardi, sarebbero state una memoria per lui, soave ma fuggevole del pari, bella ma senza profumi, come la viola del pensiero che si chiude a ricordo tra le pagine di un libro. E immaginando la fugacità del suo gaudio, volle assaporarlo tutto, ristringendo in un'ora di contemplazione quel romanzo geniale, che, come potete indovinare, egli avrebbe assai volentieri allungato di trecentosessantacinque dispense.

Questo pensiero, impadronitosi di lui, fece sì che il nostro eroe non si sentisse punto impacciato a sostenere lo sguardo della bella sconosciuta, e non provasse quel senso molesto di suggezione che è così naturale ai giovani in simili casi. Del resto, essa lo guardava con una certa curiosità grave, mista di umanità e di ritenutezza, che, sebbene gli riuscisse nuova, non lo sconcertava per nulla. Infine, o non poteva pensare anche lei ciò che a lui girava per la fantasia, intorno alla fugacità di quell'ora?

Mentre era lì ritto a piuoli, cogli occhi in aria e il pensiero alla dama, Ariberti fu accostato dal direttore dell'Euterpe. Lì per lì, il nostro innamorato lo mandò cordialmente a tutti i diavoli, perchè il nuovo venuto, oltre al disturbarlo che faceva nelle sue speculazioni, veniva a piantarglisi proprio da fianco, sulla sinistra, e ad interrompergli la visuale. Ciò per altro non tolse che gli stringesse amichevolmente la mano. Dopo tutto, poteva andar peggio. Se il direttore dell'Euterpe gli fosse passato da destra, non lo avrebbe distolto dalla mancina, e non si sarebbe anche molto facilmente avveduto di quella leggiadra persona che sporgeva dal suo palchetto, a così breve distanza da loro?

Fortunatamente per lui il bravo giornalista aveva quella sera da compiere il suo giro teatrale e non si tratteneva che pochi minuti. Scambiate alcune parole intorno allo spettacolo, si dispose a partire, invitando Ariberti ad andare con lui.—No;—gli rispose il giovane, che metteva in pratica tutta la sua diplomazia;—sono un cronista dilettante, ma coscienzioso; ho promesso di udire la vostra raccomandata e ci sto fino all'ultimo.

—Siete più forte di me;—disse il direttore dell'Euterpe, che non mancava di spirito.—Quasi quasi, se non avessi intascato io l'abbonamento, crederei che aspettate d'intascarlo voi.

—Ohibò!—disse di rimando Ariberti.—Io amo l'arte per l'arte. La vostra cantante mi piace e vedrete che nelle mie note di domani ve la innalzerò fino alle stelle con una dozzina di superlativi.

—Ne taglierò una metà… per regalarli ad un'altra;—ripigliò il vecchio giornalista ridendo.—Addio, dunque, e buona guardia!

—E a voi buona ronda!—-aggiunse Ariberti, stringendogli la mano in atto di commiato.

Il direttore l'Euterpe se ne andò com'era venuto, senza avvedersi di nulla. Ariberti diede una rifiatata di contentezza, parendogli, e con ragione, d'essersi levato un bruscolo da un occhio. E qui il savio lettore indovina che egli provò subito la bontà del suo occhio, sbirciando il noto palchetto.