La sconosciuta era sempre al suo posto. E sempre con quella sua curiosità grave, guardò il direttore dell'Euterpe mentre passava sotto il suo palco, lo seguì lentamente cogli occhi fino in mezzo ai due pomposi carabinieri che facevano da Telamoni all'ingresso, indi tornò a contemplare la scena, accostò il cannocchiale alle ciglia (non so poi se per guardar nelle lenti, o di sotto), rispose alcune frasi alla sua compagna, o al cavaliere, e da ultimo abbassò «le luci belle» sull'estatico Ariberti; e tutto ciò senza sforzo, colla massima disinvoltura.
Abbrevio per non cadere in ripetizioni. Finito lo spettacolo, il giovine andò a fermarsi nell'atrio, e stette, contro il suo costume, a far ala sul passaggio delle gonnelle. La sua sconosciuta discese poco stante, tra la vecchia e il cavaliere, più lezioso, più sbraciato che mai. Nel passare davanti ad Ariberti, essa gli lanciò una rapida occhiata, e andata più oltre, sotto colore di ravviarsi il cappuccio sulla testa, trovò ancora il modo di voltarsi un tratto e lasciargli vedere il suo stupendo profilo. Indi, leggiera come una gazzella, uscì sulla strada, salì in carrozza e via.
Buona notte, adunque! Il giovinetto se ne andò a casa in quello stato di piacevole turbamento che accompagna di solito il nascere d'una passioncella amorosa. E raccolto sotto le coltri nella fida compagnia di sè medesimo, sognò la gentile apparizione, in cui trovava per allora un conforto a quel disinganno che aveva sofferto colla marchesa di San Ginesio.
Il giorno seguente, pensò egli all'università, come io e voi a farci monache. Passeggiò invece lungamente sotto i Portici di Po, sperando sempre di imbattersi nella sua bella sconosciuta, ma invano. La sera, poi, non fu niente più fortunato in teatro. Evidentemente era una viaggiatrice, ed aveva lasciato, o stava per lasciare Torino. Pazienza! Il nostro Ariberti si rassegnava a vivere di ricordi, e a chiudere quella viola del pensiero che sapete tra le pagine del suo taccuino.
«Vedi giudizio uman come spess'erra!» Due giorni dopo, andando finalmente dal direttore dell'Euterpe a recargli quelle note teatrali che gli aveva promesso, n'ebbe un'uscita, a cui nè egli, nè altri nel caso suo, si sarebbe mai aspettato.
—Oh, eccovi qua, buona lana! Vi aspetto da ieri mattina, ed ero già per fare il miracolo di Maometto, venendo io a cercarvi.
—Che c'è?
—C'è, caro mio, che ho promesso di presentarvi quest'oggi ad una bella signora.
—Me?—dimandò il giovine, inarcando le ciglia.
—Voi, certamente; che ci trovate di strano?