Il cuore di Ariberti avea dato un sobbalzo a quelle parole del giornalista. Benedetto cuore, sobbalzava sempre! Ma già i lettori hanno capito che il mio eroe ci aveva un cuore tenerissimo, delicato come le bilance dell'orafo.

—E voi,—chiese allora Ariberti,—gli avete detto…

—Tutto il bene che penso di voi, del vostro cuore, del vostro ingegno, dei vostri studii profondi…

—Ottimo amico!

—E gli ho anche detto che scrivete qualche volta per me sull'Euterpe. Fa bene al giornale che queste cose si sappiano. La penna di un valente letterato non guasta mai.

—Grazie infinite.

—E agli artisti,—proseguì il giornalista, che voleva dir tutto,—agli artisti piace che le loro stonature abbiano il suggello di una frase girata a modo.

—Sì, sì, ho capito. Io dunque dovrò…

—Venire oggi da lei. Aspettate; mancano venti minuti alle due. Potremmo andarci fin d'ora. Si passa alla tipografia per dare in composizione il vostro originale… Vedete, mi fido di voi, e lo consegno alla posterità senza pure guardarlo. Poi, si prosegue fino all'angolo di via d'Angennes, dove abita la signora, Szeleny. Ragazzo fortunato! Avete dato nell'occhio alla diva, certo l'avete ammaliata…

—Io? Fino a questo momento non sapevo neppure che fosse al mondo.