—Eh via! Le avete fatto l'occhiolino.
—Vi giuro…
—Non giurate, vi prego; piuttosto crederò tutto quello che vorrete. Del resto, non c'è niente di male, ed io sono lieto di farvi servizio. Se non fossi ammogliato e con prole, chi sa? forse mi verrebbe voglia di contendervi la preda. Ma con tutti questi amminicoli e con qualche pelo grigio nella barba, ragazzo mio, vi cedo il posto e mi contento del prezzo d'abbonamento al giornale.—
Tra queste chiacchiere, i due amici giungevano all'angolo della via d'Angennes, indicato poc'anzi dal direttore dell'Euterpe, e questi introduceva il suo Telemaco nel quartierino abitato dalla diva.
La signora Szeleny (o più vero nome, direbbe qui un cancelliere di tribunale) si fece cortesemente sulla soglia del suo salotto, per ricevere i due visitatori. Il vecchio giornalista schiccherò la sua presentazione, e Ariberti la appoggiò con un profondo inchino, mentre nel volto sbiancava, per un turbamento assai facile ad intendersi nel suo caso. La signora gli porse la mano, quella mano morbida, e sottile che egli aveva tanto ammirato, e guardandolo, come suol dirsi, nel bianco degli occhi, gli rivolse queste parole, notevoli nella loro schiettezza e nella semplicità con cui furono profferite: «noi ci conosciamo già; non è vero?»
Il giovane arrossì, come aveva sbiancato pur dianzi, prese divotamente la mano che ella gli offriva, e balbettò un sì, amabilissimo nella sua timidezza. Era tutto quello che si potea forse dire nel caso suo, senza aver aria di presuntuoso o di sciocco.
La conversazione, come potete argomentare, non fu incominciata da lui. Sarebbe stata incominciata da lei, se fossero stati in due soli. Ma c'era per buona sorte il vecchio giornalista e toccava a lui di dare l'impulso alle ruote. Il nostro Ariberti ebbe tempo a rimettersi in carreggiata, e fece il debito suo, animato come era da quella benevola attenzione che avrebbe cavate le parole di bocca ad un muto.
Quindici minuti dopo, non erano già più al solito frasario di tutti i primi colloquii. La patria della signora aveva inspirato lui, e il discorso entrava sotto il dominio della corona di Santo Stefano. Il direttore dell'Euterpe, tirato pei capegli (e ne avea pochi) in mezzo agli ispidi nomi dell'arte e della letteratura magiara, se la cavò con un negozio urgentissimo che lo chiamava altrove, Mentore da burla, egli si trovava a disagio tra Calipso e Telemaco.
—Cattivo!—gli disse la signora Szeleny.—Almeno non portate via il signor Ariberti.
—Signora,—rispose il giornalista, con una delle sue solite celie,—se anco volessi essere così crudele da farlo, non mi sentirei così forte del pari. Le lascio dunque il dottore, che dopo tutto non mi seguirebbe volentieri.—