Il direttore dell'Euterpe chiamava già Ariberti «il dottore» precorrendo di tre anni gli eventi. I giornalisti, si sa, camminano sempre alla vanguardia del secolo.
Ariberti, dunque, rimase, non senza aver ringraziato la dama dell'insigne favore che essa gli faceva trattenendolo. Si stava così bene vicino a lei! E lei dal canto suo, non doveva gradire ugualmente la compagnia di un così gentil cavaliere, obbligata com'era a parlar sempre con impresarii, agenti teatrali, e colleghi di palcoscenico, ed occuparsi sempre di scritture e di prove, o a ricever lettere e visite di vagheggini importuni? Oh, questi, poi, non li poteva patire. E raccontava, con quella sua schiettezza facile, poeticamente zingaresca, tutte le noie, tutte le molestie a cui va esposta una povera artista, quando sia nulla nulla piacente della persona, con tanti sciocchi zerbinotti d'ogni età e di ogni ceto.
Il giovane Ariberti avrebbe voluto domandarle se il cavaliere che aveva veduto con lei a teatro era uno di quelli; ma non gli parve d'essere ancora in tanta confidenza per farlo. Prese in quella vece un mazzolino di viole màmmole, che stava su d'un tavolincino di lacca cinese davanti al sofà, e stette a guardarlo con una certa attenzione.
—È il dono mattutino di una mia amica;—disse la signora Szeleny;—una giovinetta che si dedica al teatro anche lei. Ci siamo conosciute la settimana scorsa in questo medesimo quartierino, perchè essa è la nipote della padrona di casa. È figlia di un vecchio ufficiale di marina ed è stata educata a Londra. Essa dall'Inghilterra; io dall'Ungheria; guardate che incontri. Ve la presenterò, perchè deve capitare tra poco, e la vedrete; è bella come un sole.
—Signora,—notò con atto di galanteria l'Ariberti, badi che il —paragone del sole è già ipotecato.. con Lei.
Ella sorrise come donna avvezza a complimenti di tal sorta, ma negò, senza metterci affettazione, quel che affermava il dottore in erba. Sapeva pur troppo di non esser bella, perchè le belle, o non hanno mestieri di uscire da casa loro, o non ne hanno la libertà, perchè si trovano il più delle volte ipotecate (e qui ella adoperava scherzosamente il vocabolo forense del suo interlocutore) prima che conoscano i diritti e le ragioni del cuore.
Quella allusione di lei ad una vita anteriore e lontana toccò l'Ariberti sul vivo. Perchè? Non lo sapeva nemmeno lui, ma forse perchè tutti noi, quando amiamo una donna, vorremmo sempre esser giunti i primi, alle porte del suo cuore, o vorremmo giungere i primi, quando, per un nostro capriccio, ci mettiamo sulla galanteria, disposti sì e no ad imbarcarci nel tenerume.
S'intende che quel senso ingrato, che gli avean fatto le parole della diva, il giovine Ariberti se lo tenne per sè, provandosi invece a sciorinare tutti gli argomenti che si potevano addurre contro la sua tesi troppo ricisa e paradossale. Ma ella, col diritto che hanno le donne di rifiutarsi a tutte le sottigliezze della logica, gli diede sulla voce, ammettendo di poter riuscire simpatica a qualcheduno, e di esser buona per sè medesima. E questo doveva essere; almeno, lo dimostrava ampiamente quella sua schietta semplicità, se pure non era furberia di tre cotte. Del resto, era colta e di belle maniere, piena di grazia e ricca di quell'eleganza naturale che si manifesta in ogni atto della persona, anche il meno rilevante, e dà uno spicco particolare alle vesti neglette di casa come all'abbigliamento sfoggiato di una festa da ballo.
Mentre erano in quei discorsi, un uscio si aperse ed entrò nel salotto la vecchia signora che Ariberti aveva veduta colla diva in teatro. Era la madre, donna grave e di modesto aspetto, la quale salutò il giovane e scambiò colla figlia alcune parole in una lingua, che a lui parve turca, o giù di lì. La qual cosa non tolse che egli ascoltasse con piacere ineffabile, quasi fossero una musica celeste, le parole profferite in quella lingua dalla bella figliuola. Poco stante udiva il suo nome, gradevolmente strascicato in quell'idioma, e indovinando che la signora Szeleny lo presentava lui a sua madre, le fece un secondo inchino (il primo lo aveva fatto al primo apparire di lei) e sudò freddo per non essere venuto a capo di intendere la frase che ella gli disse in un francese da cani. Era il poco che la vecchia signora masticava; quanto all'altre lingue, all'italiana in ispecie, non ne sapeva una maledetta.
Per tal guisa, facilmente liberato dalla molestia d'una conversazione in tre, Ariberti si sentì solo colla sua dama, com'era prima, e continuò allegramente la guerricciuola delle frasi galanti. Seppe tra l'altre cose che la signora si chiamava Giselda e giurò di non aver mai sentito un nome più bello. Ed anche lui non aveva un bel nome, Ariberto? Madonna Giselda lo trovò dolce come una melodia italiana.