Ariberti nuotava in un mar di latte. Compatiamolo. Per la prima volta in sua vita egli si trovava involto in quel piccolo mondo di dolcezze, di fragranze e di tutto quel ben di Dio che vorrete, in cui vive e a cui dà vita una donna gentile. Va bene che quel salotto non era il pensatoio d'una gran dama, nè il quartierino un palazzo. Nemmeno la signora Giselda era una duchessa, od altro di somigliante; ma era bella, elegante e colta, e questi titoli parvero in ogni tempo più che bastanti ad innalzare una donna, ed anco a tramutarla in regina. Ciò posto, non occorreva notare (tanto, il nostro eroe novellino non era così esperto da badare a simili inezie) che il mògano usuale dei mobili non era legno di rosa, che la sargia colorata della tappezzeria non era damasco, e che quel grazioso tavolincino, su cui posavano le viole mammole, come un presente divoto sull'ara del nume, era di lacca bensì, ma moderna ed apocrifa.

Del resto, che cos'altro è il piacere nella vita dell'uomo, se non una apparenza, un profumo, una delibazione delle cose? E non è desso piuttosto in noi, che fuori di noi? Fantasia vagabonda, non sei tu che dài lume e colore a ciò che vedono gli occhi? Il cuore istesso, questo povero cuore, a cui si dà colpa d'ogni falso indirizzo e d'ogni male che c'incolga, è un docile strumento in tua mano; arpa di cui tu sfiori le corde, e ne traggi, ora i lieti, ora i flebili suoni.

La beatitudine del nostro Ariberti fu turbata una seconda volta dall'aprirsi di un uscio; ma questa volta dalla parte dell'anticamera. Due signore erano annunziate, e la prima di esse, che era eziandio la più giovane, irruppe, più che non entrasse, nel salotto della signora Szeleny. Giselda si era alzata dal sofà per muovere incontro all'amica; ma questa non le diè il tempo di spiccarsi dal suo posto; volò verso di lei, la strinse nelle sue braccia, le scoccò due baci rumorosi sulle guancie, si staccò un tratto per guardarla negli occhi, indi tornò a baciarla, ridendo come una pazza.

Giselda lasciava fare; si concedeva di buon grado a quegl'impeti di affetto, ma senza ardore di compiacenza, e ad uno spettatore anche meno imbevuto di classicismo che non fosse l'Ariberti, avrebbe fatto ricordare la statua d'una bella dea dei tempi pagani, che si lasciasse umanamente involgere in una nube d'incenso, ma senza smuoversi d'un punto dal suo piedistallo. Poi, come l'amica si fu chetata, Giselda si volse ammezzo e le additò il giovane che stava immobile a contemplarle.

—Il signor dottore Ariberto Ariberti;—disse ella in pari tempo, presentandole il suo visitatore.

La nuova venuta rispose con un mezzo inchino al saluto del giovine e gli diede un'occhiata inquisitoria, come se volesse squadrare e pesare il personaggio di un colpo.

Anche Ariberti la guardò attentamente, e, fosse perchè tutte quelle carezze lo avevano indispettito o perchè veramente la ci avesse qualcosa di ostico nella persona, fatto sta che non gli piacque punto. Era bella molto, ma d'una bellezza rigida; bianca, con occhi e capegli nerissimi, la fronte stretta, il naso diritto, la bocca ben fatta, ma di duri contorni. Perfino i colori del suo abbigliamento, che era grigio con mostreggiature di seta azzurra, aiutavano a darle quell'aspetto di freddezza, che svegliò nel cuore di Ariberti un senso di ripulsione indicibile.

Come poi tutta quella apparenza di rigidità si accordasse colle sue rumorose dimostrazioni di affetto, non saprei dire ai lettori. Forse, appunto perchè erano rumorose, non potevano aversi in conto di profonde e sincere. Forse, come Diana cacciatrice, a cui somigliava un tantino, la nuova venuta non amava gli uomini e doveva riuscir loro inamabile. Forse… Ma non poteva anche darsi che tutte quelle brutte cose le avesse vedute Ariberti cogli occhi della fantasia? Egli era diventato di pessimo umore, e il pessimo umore (chi nol sa?) fa veder buio a mezzogiorno.

Comunque fosse, rimasto ancora pochi minuti per le buone creanze e prestata una mezza attenzione al cicaleccio delle signore, dal quale potè cogliere appena che la nuova venuta si chiamava Mary, che era nata a Nizza, che doveva andare quel giorno a veder le bellezze e le rarità di Torino in compagnia di alcuni gentili cavalieri, e che invitava l'amica ad essere della brigata, Ariberti si alzò e prese commiato.

Giselda si era avveduta (e di che non si avvedono le donne?) che il giovinetto aveva il broncio con qualcheduno, e col pretesto di avergli a chiedere un servizio lo accompagnò fino all'anticamera, come avrebbe fatto per un'amica, o per qualche gran personaggio.