La donna di servizio lo introdusse nel salotto. Il tempio era deserto.
—È già uscita la signora?—domandò il giovinotto, fermandosi sulla soglia.
—Nossignore; è ancora allo specchio. Aspetti, ora vado ad avvertirla.
—Mi rincrescerebbe scomodarla. Non le dite nulla; tornerò più tardi.—
Quello scambio di parole tra lui e la donna di servizio fu udito dalla camera vicina, e il fruscio d'una veste e lo scricchiolio d'una sedia smossa avvertirono l'Ariberti che egli non aveva più il tempo di uscire dal salotto. Subito dopo, si aperse l'uscio e la signora Szeleny apparve dal vano colla sua bella testolina e mezzo il petto, chiuso in un accappatoio di cambrì; segno evidente che ella stava per l'appunto mettendosi in assetto di guerra, o di galanteria, che per una bella signora è tutt'uno.
—Aspettate, vengo subito;—diss'ella.—Abbiatevi intanto il buon giorno.
E scomparve, prima che Ariberti avesse avuto il tempo di ringraziarla.
Per altro, ebbe il tempo di fare molte altre cose, poichè la signora non venne subito, come aveva pur detto. Egli ebbe il tempo, verbigrazia, di dare una guardata a tutti i quadri e a tutte le stampe che decoravano le pareti; il tempo di esaminare, senza capirne nulla, una scenetta cinese che era tratteggiata in oro sulla lastra di quel tavolincino di lacca, che già i lettori conoscono; il tempo di sedersi tre volte e di alzarsi altrettante, infine, poichè bisogna dir tutto, il tempo di persuadersi che aveva fatto male ad ascoltare i consigli della sua impazienza, e di darsi dello stolido a tutto pasto.
Andando qua e là per la sala, gli venne finalmente veduto su d'uno scaffale, presso il pianoforte, un grosso volume dalle carte dorate, legato in pelle, con borchie e fermagli d'oro. Lo aperse e vide che era un albo, pieno zeppo di versi, la più parte ungheresi e tedeschi, poi francesi, inglesi, ed anche italiani. Ariberti non poteva leggere che questi e i francesi, che d'inglese ne masticava poco, e niente affatto di magiaro e tedesco. Egli dunque si fece a scorrere quello che intendeva, e non ebbe a lodarsene molto, perchè erano versi da dilettanti, o giù di lì.—Saranno migliori gli ungheresi e i tedeschi, di certo!—pensò egli tra sè. E torno indietro, facendo scorrere i fogli, fino alla prima pagina, per vedere chi avesse cominciato quella antologia di complimenti rimati.
—Ecco un poeta modesto!—notò l'Ariberti vedendo a pie' della pagina un nome solitario, cioè senza la compagnia del casato.—Generalmente, in questi campi chiusi della vanità ci si sottoscrive nome e cognome a tanto di lettere, sperando che la gloria si fermi e sorrida. Ma, lui, questo signor Paulus… che ragione avrà avuto, per non dir altro di sè?