Mentre il nostro giovine stava pensando al signor Paulus, capitò la signora Szeleny; ed egli fu sollecito a deporre il volume sullo scaffale.
—Vi ho fatto aspettare;—diss'ella con accento che esprimeva il suo rammarico e insieme una affettuosa sollecitudine pel giovinetto.
—Che! non mette conto parlarne;—rispose egli, stringendo la bella mano di Giselda e rammorbidendosi tutto a quel soave calore.
—Scusate, ve ne prego;—soggiunse la signora Szeleny, tenendo la sua mano in quella del giovine, ed aiutando anzi con essa la sua perorazione vittoriosa;—noi donne siamo fatte così; quando ci mettiamo allo specchio vi restiamo fino a tanto che il troppo sincero testimone, o per compiacenza, o per stanchezza, non diventi bugiardo.
—Il vostro, signora, vi avrà detto una cosa sola dal principio alla fine; siete così bella!—
Questo voleva dire Ariberti, ma non gli venne fatto di trovar subito la forma più bella in cui compendiare la sua ammirazione. E perciò si tenne il suo complimento inedito; ma il suo sguardo attonito parlava chiaramente per lui.
Ora questi eloquenti silenzi tornano in molti casi più graditi alle donne, che non le più levigate fioriture del discorso, indizio quasi sempre di padronanza d'animo e di lavoro a freddo.
Appena il nostro Ariberti potè raccapezzarsi un tantino, si scusò colla signora Szeleny di esser giunto troppo presto; cosa che ella doveva attribuire soltanto alla sua impazienza, che dava contro a tutte le norme dell'etichetta.
—No, no,—interruppe Giselda,—io sono nemica giurata delle cerimonie. Avete fatto bene a venir prima; venite sempre a quest'ora. Io sono quasi sempre sola; non ricevo altre visite che quelle di andare qualche volta a teatro, per udire gli artisti, i colleghi,—soggiunse ella sorridendo,—che non hanno più la molestia di dover pensare alla prima rappresentazione.
—Se potessi offrirmi per vostro cavaliere…—entrò a dire timidamente Ariberti.—Ma voi, signora, avete compagnia migliore della mia.