—Ma voleva ieri condurvi fuori con alcuni cavalieri di sua conoscenza.

—Sì, ma appunto perchè erano di sua conoscenza, e non amici miei personali;—rispose prontamente Giselda.—Del resto, non sono andata, e credo di non averle fatto dispiacere.—

Ariberti respirò, all'udire quell'altro cenno, buttato là a caso come il primo.

—Il guaio, in tutto questo,—diss'egli,—sarà che la signora Mary mi farà contro presso di voi.

—-No, cambierà; le diverrete simpatico.

—Oh, questo poi non m'importa nè punto, nè poco. Si tenga neutrale, e mi basta.—

La signora Szeleny lasciò cadere il discorso, che del resto era un episodio di poco rilievo nella loro conversazione, e si parlò d'altro, delle prove che sarebbero cominciate tra pochi giorni per lei, del timore che aveva di non incontrare il favore del pubblico, di lui, de' suoi studi, delle sue speranze, e qua e là, negli intervalli, d'amore, ma con riguardo, velatamente, sui generali, in terza persona, siccome è l'uso, quando si comincia a parlarne.

Questa graziosa conversazione, la più cara ad un uomo colto e mezzo innamorato, perchè essa è fior di sentimento, tutto fragranze e promesse, fu interrotta dall'arrivo di due altri… visitatori, che eravamo lì lì, col nostro eroe, per chiamare noiosi.

Va detto per altro, in omaggio al vero, che Ariberti li consacrò ambedue di gran cuore alle Deità infernali. Chi sa se la maledizione del poeta innamorato avrà poi sortito l'effetto?

Il primo di essi era un giornalista politico; l'altro un professore d'orchestra, concertista di violino a ore perse. Il giornalista, uomo di mezza età, ma lisciato, azzimato e pieno di pretensioni, tirava, come suol dirsi, la gioventù coi denti. Per sua fortuna, questi indispensabili arnesi erano ancora in essere; donde la conseguenza naturalissima che il nostro Minosse della politica sorridesse benignamente, come potrebbe sorridere un uomo che non avesse respirati mai gli acri effluvii d'antimonio in una officina tipografica, o intinto inchiostro d'un ufficio di giornale, per schizzarlo qualche volta, alla guisa delle seppie, contro amici e nemici. Sorrideva dunque benignamente, il nostro Minosse; stava impettito come un idolo indiano, e quando accennava di voler fare qualche grazietta, o di voler rispondere ad una frase laudatoria, incominciava a piegar la persona dall'imbusto; atto leggiadro che nulla più. Parlava in punta di forchetta, lento e solenne e lasciava sgocciolar le parole come gli oracoli del suo articolo di fondo. Qua e là seminava un'arguzia, ma con parsimonia, come chi sa di non averne molti da spendere. Insomma, stava in contegno, si teneva in osservazione, voleva piacere al suo uditorio, custodire gelosamente la sua prosa dai granchi, dai refusi e da tutte le altre noie dell'arte nobilissima di Panfilo Castaldi. Si sa; un errore di stampa vi può sformare, da solo, tutto quanto un articolo.