—Cattivo! Non ho parlato mica per voi.

—Grazie;—ripigliò Ariberti, imitando senza avvedersene l'inchino del giornalista;—ma ad ogni modo bisognerà darvi un po' di tregua. Ho voluto rimanere dopo di quei due… signori, per dirvi che siete adorabile e che farete furore nel vostro concertino di questa sera.

—Ci verrete, s'intende?

—No, grazie, signora;—rispose il giovane con una cera da funerale.

—E perchè… se è lecito saperlo?

—Perchè… soffrirei troppo.—

La reticenza non era meditata, come il lettore potrebbe immaginarsi. Ariberti non era per anco uomo da somiglianti partiti. Voleva schiccherarle la sua brava dichiarazione e non sapeva da qual parte incominciare; l'occasione gli si era profferta ed egli l'aveva afferrata. Senonchè, pervenuto al punto di voler metter fuori il suo perchè, gli era parso di aver preso il lancio troppo presto; ma oramai, che farci? si era spiccato dalla riva e non c'era più scampo; bisognava spingersi innanzi, o affogare nel ridicolo.

—È fatta!—pensò egli tra sè, com'ebbe gettato il suo dado.

Ma pareva che la sua sorte non avesse a decidersi lì su due piedi. La signora Szeleny lo guardò un tratto, con occhio incerto, senza appuntare altrimenti la frase; e Ariberti, novellino com'era, potè credere che Giselda non lo avesse capito.

—Amico mio,—diss'ella con molta tranquillità,—come fare? son queste le noie dei poveri artisti. Bisogna fare buon viso agli altri, perchè lo facciano a noi. Ditemi dunque; dove andrete stassera?