—Io?—domandò il giovane, cascando dalle nuvole.—Al teatro Gerbino. Si recita un dramma nuovo, di cui si fanno già grandi pronostici; andrò a sentire che cos'è.
—Oh, come v'invidio!—esclamò Giselda giungendo le palme, con atto di fanciullesco rammarico.—Amo tanto il dramma! Andate dunque per voi e per me, e venite domattina a trovarmi. Io dovrò lavorare intorno a certi fronzoli donneschi, e voi mi racconterete l'intreccio del dramma.
—Vi obbedirò, signora.—-
Così dicendo, il giovinetto stendeva malinconicamente la mano, per prender commiato da lei.
—Badate che ci conto;—soggiunse Giselda, accompagnandolo verso l'uscio del salotto.—Voglio vedere…
Questa sì era una reticenza meditata, un laccio teso ad Ariberti, che ci cascò bravamente.
—Che cosa?—dimandò egli, fermandosi.
—Se sarete stato attento alla scena;—rispose ella, col più zingarescamente malizioso dei suoi leggiadri sorrisi.
Il giovane notò l'allusione birichina fatta alla prima volta che si erano veduti, e gongolò.—Ella mi ha inteso poc'anzi,—pensava,—e questa allusione è la risposta. Oh donna adorabile!—
Fece intanto un inchino lì per lì, senza rispondere una parola, che invero non ne avrebbe trovato di acconce, e si ritirò, promettendo di tornare la mattina seguente.