Guardò l'orologio quando fu nelle scale. Erano le quattro. Egli era dunque stato cinque ore da lei. Sì, ma mezz'ora non contava, perchè l'aveva passata da solo, aspettando; poi, quegli altri due importuni avevano fatto una stazione di forse due ore. Vedete che gente ineducata. Come si può star due ore per fare una visita? Dunque, ricapitolando, cinque ore meno due e mezzo, fanno due e mezzo soltanto. Ma bene; e lui dunque non ci era stato più del bisogno? Sicuro; ma lui, in fin de' conti, lui… era lui.
Con questa conclusione mise in pace lo spirito. Dico male; lo chetò sul capitolo della discrezione, ma non sugli altri, che già facevano un bel numero. C'era, per esempio, quella faccenda del concerto!… Il signor giornalista politico sarebbe andato a pavoneggiarsi, a far la ruota nel salotto di Giselda, a sciorinare il suo articolo di fondo. Guardate un po'! lasciava perfino il dramma nuovo, di cui si parlava da giorni per tutta Torino! E già, si capisce, anche il cavaliere Roberti avrebbe fatto lo stesso; si sarebbe eclissato al Gerbino, per andare a bisbigliare le sue galanterie a quel terzo piano di via d'Angennes. E il tenore, e il baritono, non contenti di aversela a contendere più tardi sulla scena… Insomma, tutto dava noia, tutto insospettiva l'innamorato, e i moscerini sul naso, diventavano mosconi, cavalocchi, pipistrelli, e che so io.
Andò quella sera al Gerbino; ma era svogliato, stizzito, pieno di mal talento, e il dramma non gli piacque, quantunque fosse di uno dei primi ingegni della moderna scuola francese, e quantunque gli applausi, che fioccavano da ogni parte, mostrassero che l'uditorio si accordava a pensarla diversamente da lui: «Orazio sol contro Toscana tutta». Accusò, ci s'intende, la pessima traduzione, che doveva esser fatta dal suggeritore della compagnia, e conchiuse che il gusto de' suoi concittadini (concittadini per mo' di dire) doveva essere molto depravato, se essi tolleravano di simili offese alla lingua italiana. E pensava involontariamente al contino Candioli; e gli tornava davanti agli occhi l'immagine di Filippo Bertone, colla sua marchesana di San Ginesio, quella superba Giunone che non si era degnata di volger gli occhi su di lui, Ariberti, se non per mettersi a ridere.
Al diavolo le donne, alte e basse, dame e pedine! Quella sera il nostro baccelliere andò a finire dal Mago, non senza aver passato in via d'Angennes a digrignare i denti sotto quelle finestre, donde gli veniva tanta luce dei soliti doppieri e tanta onda delle sempre elette armonie.
La sua apparizione tra i cavalieri di Malta fu salutata da un poderissimo evviva e celebrata con parecchi bicchieri di Gattinara, accompagnati dai più matti brindisi del mondo.
CAPITOLO XIII.
La pecorella smarrita ritorna all'ovile.
—Alla salute dell'estinto! di Lazzaro… semestrale, che esce fuori dal monumento fet….
—Ohibò! Questi aggettivi a tavola?
—Ma se viene dalla tomba! Non si può dunque più dire che ha pigliato il selvatico?