—Misogini! Ecco una parola difficile, che mi farò spiegare dall'amico
Valerga.
—Non c'è bisogno; te la spiego io: odiatori delle donne.
—Qui poi t'inganni, pigli un granchio a secco—gridò il Priore.—Non c'è odio, nè altro: c'è solamente un più giusto concetto di quello che valgono. Le donne, mio caro, vanno trattate alla leggera, com'esse trattano noi. Un capriccio, una galanteria, una fermatina sull'uscio; non dico di no. Ma gli amici prima di tutto, e i giuramenti e i sacrifizi non s'hanno a fare che per essi, I loro diritti sono incontrastabili, perchè con essi c'è la sincerità e il disinteresse, mentre colle donne, a dir poco, c'è sempre una posta al giuoco, e l'uno vuol guadagnare, l'altro s'industria a non perdere, e tutt'e due fanno ad ingannarsi un pochino. Dopo tutto, corri la tua posta, Ariberto; ma bada a me, non fare il collegiale, se no, sei fritto. La signora è di palcoscenico; ti vedo già sulla strada delle compiacenze giornalistiche, dei sonetti, delle corone, dei mazzi con sei braccia di nastro. Tutte belle cose, per non venire a capo di nulla. Ascia in pugno, e all'arrembaggio! La tua bella, m'immagino, avrà cantato nel Pirata….
—Amico mio, tu non la conosci; essa è un angelo. Figurati, il cavalier Roberti, quell'elegante vagheggino, quell'ardito cacciatore che sai, essa non lo può patire, appunto perchè ha voluto farsi innanzi a quel modo.
—Bravo! Te lo ha detto a te. Ma poi, se davvero non lo può patire per questo, o perchè non lo ha messo pulitamente alla porta?—
L'osservazione parve giusta ad Ariberti, il quale non seppe lì per lì che rispondere all'amico, e, peggio ancora, a sè stesso. Infatti, perchè mo la signora Giselda non aveva mandato a spasso il cavaliere? Se quel perondino era audace, doveva anche essersi mostrato poco rispettoso. Il ragionamento non faceva una grinza.
Tristano frattanto incalzava.
—Or dunque, fa a modo mio; se no, la ti mena pel naso fino al dì del giudizio, o a quello della sua partenza, che torna lo stesso; e tu sei un uomo perduto. Del resto,—soggiunse il Priore con una volubilità di pensiero, che poteva anche indicare la sincerità del suo animo,—è una cosa dolce l'amare, qualunque cosa ci costi, ed anche sapendo che può andarci alla peggio. Quel consacrarsi tutto ad una bella creatura, farsi di quella fragile personcina una dea, vivere in una atmosfera tiepida di fragranze sue, in un mondo incantato di pensieri suoi, essere indifferente il sacerdote del suo tempio, o il cagnolino del suo salotto, star nel sacrario ed accogliere i responsi, o sul cuscino di seta a custodire le pantofole a ringhiare a chi le si accosta un po' troppo, è, in certi momenti della vita, una gran voluttà! Non pensare che a lei, o per lei, non vedere che lei, o cogli occhi di lei, è una fusione di esistenze, che può far sentire il piacere di vivere. Infine, che cosa è la vita, se essa non è l'amore? E che ci staremmo noi a fare quaggiù, in questa caverna di leoni, se un raggio d'amore non vi trapelasse ogni tanto?
—Come parli bene!—esclamò candidamente Ariberti.—Tu sei poeta,
Tristano!
—Alle mie ore. Già, ero nato poeta, e, per far torto al proverbio, non son diventato nemmeno oratore. Lascio questo contentino a Luciano Valerga. Caro mio, tu sai che viaggiando si vive di più. Ci ho i miei ricordi, amari e dolci, di quattro parti del mondo. E dopo tutto, che cosa mi resta? Fumo e cenere. Vedi la mia pipa? Così il mio cuore. Ma tu sei giovane e la fine del salmo non ti dà noia. Potrei mostrarti la cenere che scuoto dal bocciuolo della mia pipa e l'ultima boccata di fumo che si dilegua per aria; ma tu mi risponderesti: che importa? vo' fare anch'io la mia buona fumata.—