—Ah sì, parliamone, delle tasche degli altri. Tasche da studenti; i sarti hanno il maledetto vizio di farle sempre bucate.

—Chi ti parla degli studenti? Non c'è dunque più altro che studenti nel mondo? Capisco che fino ad un certo segno il nome può correre per tutti, perchè tutti si studia il miglior modo di arrivare alla fine del salmo. Ma anche per gli studenti c'è un Dio degli eserciti; anzi, dacchè egli non ha più Maccabei da proteggere, si può dire che ha preso in particolare considerazione i figli di famiglia del nuovo Testamento. Ridi eh? Ma di questo più tardi. Finora, ci son io e posso darti una mano, senza scomodare le dodici tribù. Vieni domattina da me; cioè, no, vieni stamane, perchè oramai siamo a domani, e soltanto il bisogno di dormire può confonderci un tratto il calendario. Vieni da me a quell'ora che ti fa comodo; ho da scrivere parecchie lettere e starò a casa fino a sera.

—Oh Tristano, amico mio!

—Con che tono lo dici! Alla larga! non son mica la signora Giselda.

—Giselda, ti prego… Ma gli è che tu mi sollevi da un peso… da un peso…

—La mia borsa non è quella di Rothschild,—interruppe Tristano, che forse voleva mettere, come suol dirsi, i punti sugli i;—ma infine che cosa ti occorre?

—Eh, non saprei. Già, se ripiglio la strada dell'università, non ho quasi bisogno di nulla, e alla peggio posso portare qualche debituccio fino al mese venturo. Dugento lire al mese me le passa mio padre; cinquanta me le manda mia madre di soppiatto… Capisci…

—Capisco; le mamme son tutte così.

—Poi,—continuò Ariberti,—una cinquantina di lire le strappo da un'altra parte, scribacchiando. Infine, che dirti? con queste trecento lire vivrei, ma raccozzando a mala pena l'oggi col domani. Figùrati, ci ho anche il sarto…

—Capisco anche questo. I sarti di provincia sono sempre in ritardo colla moda, e quelli della capitale corrono innanzi coi conti. Ma basta, non occorr'altro. Tu hai bisogno di fare la tua buona figura nel mondo aspettando tempi migliori.