—È così come tu dici.

—Bene; ed io che ti sono amico, io che son passato per la tua stessa trafila… A proposito, c'è un verso di Virgilio che dice a un dipresso la medesima cosa; ma io non ho più pratica col latino. Aiutami un po'; gli è un verso della regina Didone…

—Ah sì, non ignara mali, miseris succurrere disco. Tristano, tu hai proprio un cuor d'oro.

—Così avessi le tasche. Ma via, non ci lagniamo. Dunque, ecco l'uscio di casa mia; buona notte, e appena ti spunta l'alba, o più tardi, vieni da me; io vedrò di servirti. Sans adieu!

Ariberti strinse la mano al Priore e diede un'allegra volata sui tacchi per tornarsene a casa.

Che amico! che cuor di Cesare! andava egli intanto ripetendo tra sè. E potete anche immaginarvi come andasse leggero.

CAPITOLO XIV.

Che incomincia colle viole mammole e finisce coi chiodi.

Ristorato con sette ore di sonno e fatte sparire dal volto (cosa facile alla sua età) le traccie della notte vegliata, andato dall'amico Tristano e intascate cinquecento lire, che erano le prime da lui possedute in un gruzzolo, il nostro Ariberti, ilare e franco, a guisa d'uomo che non ha sopraccapi pel futuro, e, quanto al presente, domanderebbe volentieri se il mondo è da vendere, se ne andò difilato all'università d'amore.

Ci sono state le corti d'amore; perchè non ci sarebbero le università? Ne propongo l'impianto al ministero della pubblica istruzione, che può già fare assegnamento sul voto mio e su quello dell'onorevole Morelli. E come sarebbero frequentate! E come si pagherebbero volentieri le tasse d'entratura! E come si trarrebbe profitto dalle lezioni, con professori che non portassero occhiali e non pigliassero tabacco!