Il professore di Ariberti non era in casa. Stavo quasi per dire in iscuola. Lo studente abbandonato n'ebbe una stretta al cuore, e chiuse forte le labbra per non iscoppiare, mentre la donna di servizio gli stava dicendo che la signora Szeleny era uscita per far qualche compera, e che sarebbe tornata quanto prima.

—Aspetterò;—diss'egli, rabbonendosi un pochino a quelle ultime parole della fantesca.

Ed entrò in quel salotto che egli conosceva già a menadito, e che perciò non gli poteva più offrir nulla da ingannare il tempo. Era la seconda volta che stava là ad aspettare; ma questa seconda volta com'era più noiosa della prima! Allora almeno egli sapeva che Giselda stava poco lunge, nella camera attigua, facendosi bella nello specchio, e la cagione di tutto quel lavoro muliebre era lui, persona prima. Stavolta, invece, la signora non era più là; gli avea promesso di trovarsi in casa, e aveva creduto ben fatto di andarsene attorno. Chi sa, proprio in quell'ora, alcuno di tutti quei farfalloni che erano stati la sera addietro al concerto, le si accompagnava sotto i portici di Po, per farsi vedere al suo fianco da tutti gli scioperati del caffè Florio, e per recitarle un'altra serqua di svenevolezze. E forse, non era ella uscita appunto di casa per compiacere taluno di loro? Si sa, un'occasione è presto trovata; accompagnarla a cercar della musica; a, vedere l'armeria del palazzo reale, il santo sudario, il ponte sulla Dora… Infatti; da quanto tempo era uscita? Egli aveva dimenticato di chiederlo alla fantesca, e non poteva decentemente richiamarla per fare una simile domanda. Maledetta premura! maledetta sbadataggine! Già, a questo mondo, c'è sempre da imparare qualcosa.

E i minuti passavano, intanto; ed anche le decine di minuti. L'albo dei manoscritti non poteva aver più attrattive per lui. C'era là dentro il nome di quel Paolo, che gli dava molestia. Al diavolo l'albo! Il nostro eroe fece un pezzo le volte del leone in quella gabbia elegante; finalmente non potendone più, perchè oramai era trascorsa mezz'ora prese il cappello (nel senso proprio, s'intende, perchè nel senso figurato lo aveva già preso) e uscì nell'anticamera, dopo, aver lasciato sul tavolino della signora il suo mazzolino di viole mammole e la sua carta di visita.

—Avvertite la signora che sono stato….—diss'egli asciutto alla donna di servizio.

—Ma la signora non può tardar molto. Ha detto che torna subito.

—Sta bene, sta bene;—rispose l'Ariberti, che oramai non poteva più dare indietro,—ho qualche faccenda da sbrigare; passerò domani…. o più tardi,—soggiunse egli, a mo' di correttivo.

Scese le scale sbuffando, maledicendo le donne che non ci avevano colpa, e le prime donne, che non dovevano esser tenute pagatrici per una sola di loro. Era già nel portico, quando s'imbattè in lei, che tornava a casa in compagnia della madre.

—Cattivo! dove correte? e con quella cera, poi?

—Ma…. signora….—balbettò egli confuso e senza aver tempo di dare al suo volto un'espressione più serena.—Vi ho aspettata un po'… sarei tornato più tardi… avevo qualcosa da fare…