—V'ingannate; so io chi ha mandato l'astuccio, e non è il cavaliere Roberti;—replicò l'inglesina troncando il filo alle supposizioni dei suoi cavalieri.
Un'altra occhiata in fondo al palchetto diceva intanto ad Ariberti; vi servo bene? Non era molto, per verità, quel che aveva fatto la signora Mary; cionondimeno il giovinotto gliene fu grato.
Così la complicità era assicurata; una bugia da una parte, un servizio dall'altra, e Ariberti era in trappola. La signora Mary pose il colmo alla sua bontà, applaudendo nell'ultimo atto e facendo applaudire Giselda a tutta forza dai cavalieri che erano in visita presso di lei.
Ma ohimè, il teatro era vasto, e non c'erano in molti a sostener l'onore delle armi della signora Giselda. La platea si scaldava poco, e il chiasso degli assoldati, dei compiacenti e dei matti, le tre categorie di entusiasti a freddo nei teatri italiani, presentava molte lacune, lasciava sentire lo scalpiccìo, i colpi di mazza nelle panche, i boati; tutti rumori che aiutano in un pieno d'orchestra, ma che, uditi da soli, o quasi, vi danno il medesimo gusto d'un concerto di contrabbassi.
Come Dio volle, la tortura morale a cui era stato sottoposto per quasi tre ore il nostro eroe, giunse al suo termine. Giselda ebbe tre chiamate al proscenio; molto contrastate, è vero, ma le ebbe, e tutti giornalisti teatrali potevano oramai registrarle per sei nel libro della gloria, tenuto da essi accanto a quello degli abbonamenti. I visitatori ad un per uno se n'erano andati, rispettando i diritti dei cavalieri serventi, e dopo di loro uscivano Ariberti e il personaggio muto dando il braccio alle dame, o pedine che fossero; perchè io non ci ho predilezione per un vocabolo sopra l'altro, e lascio libera la scelta ai lettori.
Ariberti avrebbe desiderato di poter rimanere nell'atrio del teatro, per aspettare Giselda all'uscita. Ma come fare? Aveva ordinate signorilmente le cose, e una vettura di piazza, attendeva le dame, che per tal modo avrebbero potuto andare a casa da sole, o tutt'al più accompagnate dal personaggio di cui sopra. Ma ecco che all'ultimo momento, e proprio lì sul montatoio, un'idea stravagante saltò in testa all'inglesina.
—Andiamo a piedi?—chiese ella, ricusando l'aiuto che Ariberti le offriva per farla salire in carrozza.—il tempo è così bello!
—Ma freddo;—disse la zia, che già era comodamente seduta sul cuscino.
—Bene; allora va tu, cara zia; il signor Arnaudi avrà la bontà di tenerti compagnia. Noi proseguiremo a piedi. Io sento proprio il bisogno di fare due passi; l'école buissonière,—soggiunse ella in francese a bassa voce volgendosi ad Ariberti, che era rimasto lì impacciato come un pulcino nella stoppa.
La zia doveva esser avvezza a questi capricci della nipote, perchè non si provò nemmeno a far contro, con uno dei soliti ma delle zie.