—Come? sapete?….
—So il nome che mi avete dato parlando con Giselda, e mi piace. È il soprannome d'una principessa di Francia, ed io mi sento principessa la parte mia; anzi, starei per dire che lo sono tutta quanta. Ma torniamo al fatto; non dovete temere nulla da questo colloquio, perchè si parlerà di Giselda. Ella vi preme tanto, che io spero…—
La reticenza di Mary non fu colta a volo, e nemmeno a passo ordinario, dal giovine Ariberti, che stette muto a sentirla, come se non fosse affar suo. Era un principio di transazione della sua coscienza colla cortesia naturale in un cavalier servente? Se noi possiamo interpretare in questo modo il silenzio di Ariberti dovremo anche aggiungere che quella transazione doveva portarne dell'altre con sè. Queste cose son come le ciliege, che una tira l'altra, e a poco per volta vi corre anche l'albero.
—Non rispondete?—esclamò l'inglesina, scuotendogli dispettosamente il braccio.—Ma che razza di uomo siete voi mai?
—Io signorina?—chiese egli, coll'aria di un uomo che fosse cascato allora allora dalle nuvole.
—Voi, sì, voi. Ma sapete, signor mio, che c'è da disperarsi davvero per una donna che vi ha fatto l'onore di accettare la vostra compagnia?
—Oh signorina, non mi giudicate male, vi prego. Intendo l'onore che mi fate, e non dimenticherò mai la prova di fiducia che mi avete dato.
—Bene! che c'entra adesso la fiducia? Io non sono mica una donna fragile, che abbia bisogno di fare assegnamento sul rispetto di un uomo, e all'uopo saprei difendermi da per me contro un tentativo di rapimento. Non mi fate dunque un merito d'una debolezza che non ho. Nei casi dubbi,—soggiunse ella ridendo,—io non riporrei mai la mia fiducia fuori di me. Non sono già come voi, che vi buttate sempre là ad occhi chiusi…
—In che cosa? e come potete voi asserirlo?—chiese stupito Ariberti.
—Eh, per quel poco che vi conosco. Siete così giovane!