—Orbene, l'esser giovane è forse un difetto?

—In sè stesso, no; ma alla vostra età si hanno i difetti… dell'età. E bisogna trovare gli amici, che vi aiutino coi loro consigli a correggerli.

—Se potessi sperare di aver trovato quest'amico…

—Donna, non è vero?

—Ci s'intende. Da un labbro di donna, consiglio, o rimprovero, non torna mai dispiacevole.

—Bene, non siete permaloso. Io vedrò dunque di darvi il consiglio. Del resto, è appunto per ciò che ho voluto parlarvi a quattr'occhi…. Voi siete giovane, l'ho detto; avete ingegno; la vostra famiglia è ricca… Non molto ma infine, vi fa vivere nell'agiatezza e voi non avete a lagnarvi della sorte. Siete avviato ad una professione indipendente; non siete antipatico…

—Grazie!

—Oh, non lo dico perchè abbiate ad insuperbirne, o a pensare Dio sa cosa di me. Io, del resto, sono senza pericolo per voi, che siete innamorato…

—Signorina, e chi vi dice?…—

Per intendere questa domanda di Ariberti, bisognerà vedergli un po' dentro. Egli non aveva parlato con nessuno del suo amore per la signora Szeleny, e poteva, fin ad un certo punto doveva nasconderlo, o almeno incocciarsi a non ammetterlo per vero. Ma questo sarebbe stato naturale in lui se avesse avuto dieci anni di più, con tutta l'esperienza e la gravita che portano quei due lustri benedetti nella vita di un uomo. La sua domanda muoveva da un altro pensiero, indicava anch'essa una di quelle piccole transazioni che si fanno con una donna, per quanto poco c'importi di lei. È istintivo nell'uomo di non confessar mai ad una donna, l'amore che si porta ad un'altra. C'è egli in fondo del cuore un secondo fine, un «non si sa mai» appiattato? Ecco un'altra delle cento mila cose che non so. Ordinerei volentieri un plebiscito, per sapere a questo proposito l'opinione dei miei riveriti lettori.