—Faccio le mie scuse umilissime; volevo dire: o tutto o niente. È questa la mia divisa.
—Essa è anche la mia;—ripigliò la signora Mary, tornando sul grave.—L'uomo che io amerò avrà forse da piangere meno di un altro, ma io non patirò mai nemmeno l'ombra, il sospetto di una rivale.
—E,—disse timidamente Ariberti,—quest'uomo non è forse già trovato?
—No;—rispose ella con accento sicuro.
—Come? con tanti cavalieri pronti a buttarvisi ai piedi?…
—Che volete? Non ho gittato ancora il mio fazzoletto a nessuno. Sono tutti vanagloriosi, e, con tutta la loro apparenza di serietà, discretamente ridicoli. L'uomo che io amerò dev'essere modesto quanto appassionato, prudente quanto fedele; insomma, un mondo di cose.
—Io non so se troverete tutte queste virtù riunite in uno solo;—disse Ariberti;—so bene che ogni uomo dovrà augurarsele; poichè sarà un uomo felice.—
Quella frase giulebbata era il meno che egli potesse dire ad una bella ragazza che gli faceva le sue confidenze. Il lettore adunque non ci veda, di grazia, un secondo fine. Ariberti aveva parlato per cortesia, o se volete, per quella natural simpatia che nasce tra un uomo e una donna, nella tranquilla libertà di un colloquio amichevole. Fa così bene esser gentili! E un complimento ne tira così facilmente un altro! Infine, che vi dirò? Il nostro eroe non mirava a far colpo; tirava in arcata, faceva gazzarra, era in ballo, e ballava.
Tanto è vero cotesto, che come furono nella strada in cui abitava la sua compagna, egli si dispose con molta disinvoltura al commiato.
—Eccovi a casa vostra;—le disse.—Mi toccherà augurarvi la buona notte, senza avere udito tutti i buoni consigli che vi eravate proposta di darmi.