Fatto il male, si pentiva; l'indole sua generosa portava così. Egli adunque si pentì eziandio di quel tradimento che gli pareva d'aver fatto a Giselda, e, dovendo comparirle davanti, si tenne per un uomo spacciato. Ma Giselda non gli disse nulla, non mostrò nemmeno di avvedersi del suo turbamento; la qual cosa gli fece credere che l'inglesina avesse taciuto. E infine, perchè avrebbe parlato? Non ci aveva anche lei il suo tornaconto a star zitta? Così, tra speranza e sospetto, col cuore lungamente in angoscia, tirò innanzi più giorni, proseguendo fiaccamente a farle la corte. Egli era impacciato, Giselda era tiepida; il loro affetto accennava a voler morire d'anemia. Avrebbe anche l'amore il suo periodo matrimoniale?
La signora Szeleny doveva per altro aver saputo, o indovinato qualche cosa. Ma in verità il signor Ariberti dovea premerle ben poco, perchè ella non fece gran caso di quel suo tradimento. Solo un quindici o venti giorni più tardi trovandosi ella nel suo salotto con Ariberti e con qualche altro, per modo che non c'era adito a nessuna peripezia drammatica, di punto in bianco gli chiese:
—Vi è più antipatica la mia amica Maria?—
Quella domanda improvvisa, accompagnata da uno sguardo che parve voler dire assai più dischiuse il solito abisso davanti agli occhi del giovane; il solito mondo di pensieri gli si affacciò alla mente turbata, e lì sui due piedi, come portava il bisogno, la solita deliberazione fu presa.
—No;—le rispose egli, dopo i tre minuti secondi necessarii a tutto quel lavoro mentale che ho detto.
E la conversazione non ebbe altro seguito.
Rammento ancora il brutto senso che fece in me, scolaretto di grammatica, e con tutta la maggior venerazione per l'ingegno di Vincenzo Monti, la chiusa dell'Aristodemo, con quel suo endecasillabo così povero di concetto e finito così malamente in tronco:
«Qual morte! Egli spirò».
Scommetto che ai miei lettori non riuscirò meno molesto io, quando avrò detto che con quel no, tronco, o monosillabico che dir si voglia, ma sempre maledettamente asciutto, ebbe fine il romanzo tra lui e la bella Giselda. Con quei cominciamenti maravigliosi! Sicuro; anche l'Aristodemo incomincia maestoso e fiorito:
«Sì, Palamede, alla regal Messene «Di pace apportator Sparta m'invia. «Sparta…»